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Quell’altalena di dati veneti che non convince l’esperto: «Non seguono il reale andamento del contagio». Il fisico Battiston: «Numeri irregolari: così è impossibile fare previsioni»

Qualcosa non torna, nei dati che dovrebbero raccontare l’andamento dell’epidemia. Parliamo di quei numeri (i nuovi contagi, i guariti, l’Rt ecc) che poi permettono agli analisti di creare dei modelli in grado di prevedere quando finalmente si raggiungerà il picco dell’emergenza coronavirus nel nostro territorio.

Da giorni il Veneto è maglia nera per numero di tamponi positivi, di morti e di ricoveri in terapia intensiva. Eppure la regione rimane saldamente ancorata alla «zona gialla» perché – dicono gli esperti del ministero – i dati a disposizione dell’Istituto superiore della Sanità rivelano una realtà che resta sotto controllo. «Ma è una scelta apparentemente inspiegabile, visto che i numeri presentano delle evidenti anomalie» assicura Roberto Battiston, ex presidente dell’Agenzia Spaziale italiana e professore di Fisica Sperimentale all’Università di Trento. Da mesi studia le curve del contagio nelle varie zone d’Italia. «E il Veneto, assieme a Trentino e Marche, presenta un andamento della pandemia del quale è impossibile trovare una spiegazione logica».

Andiamo con ordine: a quali dati si riferisce?

«Mi attengo a quelli forniti dalla protezione civile, a cominciare dal più importante: il numero delle persone infette, che quindi esclude i guariti e i deceduti. Ebbene, fino a pochi mesi fa in Veneto il contagio seguiva un andamento regolare, che rendeva possibile un raffronto con le altre zone d’Italia. Emergeva ad esempio che la vostra regione, pur nella difficoltà della pandemia, stava reagendo bene e riusciva a mantenere la situazione sotto controllo. Ma ripeto: i numeri rispecchiavano una realtà che in qualche modo era paragonabile ad altri territori. Poi, da alcune settimane, questa “regolarità” si è interrotta e i tradizionali modelli di analisi sono diventati inapplicabili».

Cosa intende?

«Ci sono diverse irregolarità. Ad esempio il numero dei contagiati scende per poi risalire appena 24 ore dopo, per poi crollare di nuovo e magari registrare subito un picco con centinaia di nuovi casi. Sono andamenti che non hanno nulla a che vedere con il virus. E infatti questo non accade nel resto del Paese e non è spiegabile semplicemente con l’elevato numero di tamponi che viene effettuato in Veneto. Evidentemente sono stati effettuati dei cambiamenti nella modalità di tracciamento e della raccolta dei dati, rispetto al passato, o forse banalmente gli aggiornamenti vengono rilasciati con scarsa continuità, permettendo che si accumulino i numeri relativi ai guariti. Di certo, la conseguenza è che in questo modo diventa impossibile elaborare dei modelli che consentano di prevedere quando i contagi cominceranno a calare, come invece si è fatto per le altre regioni. Ma soprattutto fa emergere dei dubbi sull’opportunità che il Veneto rientri nei parametri necessari a considerarlo zona gialla».

Secondo lei il Veneto doveva già essere dichiarato zona rossa?

«Mi pare evidente, ormai lo dice anche il governatore Luca Zaia: così non si può andare avanti».

Teme ci sia stata una manipolazione dei dati?

«Non credo, non ho ragioni di pensarlo. Ma qualcosa non sta funzionando, almeno nella raccolta dei numeri della pandemia. Ad ogni modo, il report che la Regione fornisce all’Istituto superiore di sanità è più completo di quello pubblico messo a disposizione della protezione civile, e sicuramente è da quello che si attinge per stabilire quale colore assegnare a ciascun territorio, in base al livello di criticità che si trova ad affrontare».

In Veneto la situazione è decisamente critica.

«Il Veneto ha il 35 per cento di occupazione delle terapie intensive, gli ospedali hanno raggiunto il limite di saturazione e quotidianamente si registra un altissimo numero di nuovi contagi e di vittime. Eppure l’Rt, il valore che indica lo stato di contagiosità in una certa zona, per lungo tempo è rimasto inferiore a 1. Mi chiedo come questa stima sia compatibile con la reale diffusione del virus».

Cosa occorre fare?

«L’andamento del contagio nelle altre regioni dimostra che le restrizioni più severe, come quelle applicate in Lombardia, Piemonte, Toscana e Umbria, fermano la diffusione del virus riportandola entro limiti sostenibili. A questo punto, servono interventi anche in Veneto, prima che sia troppo tardi».

Corriere del Veneto, Andrea Priante

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