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Rapporto Oasi 2013: «Senza investimenti e con questi budget la sanità è a rischio. Ormai in Italia spendiamo meno di tutti»

cergasLa nostra spesa procapite è ferma a 2.419 dollari l’anno. Rispettivamente, 899, 714 e 328 in meno di Germania, Francia e UK.  Se proseguiranno la contrazione degli investimenti e la riduzione della spesa dei cittadini, in alcune regioni c’è il rischio di non riuscire più a far fronte alle necessità della popolazione. Ecco la fotografia della nostra sanità ai tempi della crisi del Cergas Bocconi. Contenendo la spesa per ogni singolo fattore produttivo (personale, medical device, privato accreditato, ecc.) e contraendo gli investimenti in tecnologie e rinnovo infrastrutturale la sanità pubblica sistema i conti nel breve periodo, ma a discapito della performance sanitaria presente e futura, tanto che in alcune regioni si fa concreto il rischio dell’undertreatment, ovvero dell’impossibilità di far fronte alle necessità sanitarie della popolazione. Executive summary

Dilatando i tempi di pagamento, in casi estremi, fino a 1.500 giorni (la media è di 236 giorni per i farmaci e 274 per le attrezzature) e non rinnovando le attrezzatura le aziende si espongono a costi futuri – e creano perciò debito sommerso – in termini di prezzi più alti per le forniture, interessi di mora, contenziosi e personale impiegato per far fronte alle richieste dei creditori e futura obsolescenza tecnologica e inadeguatezza infrastrutturale.

Il Rapporto Oasi 2013 sul sistema sanitario italiano, presentato oggi alla Bocconi dal Cergas (Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale) ribadisce la natura “sobria” del nostro sistema sanitario, con una spesa pubblica pro capite, pari a 2.419 $PPA (dollari parità di potere d’acquisto), significativamente più bassa di quella di Germania (3.318), Francia (3.133) e Regno Unito (2.747) e un disavanzo in forte diminuzione a 1,04 miliardi di euro nel 2012 (-17,3% rispetto all’anno precedente), il che equivale allo 0,9% della spesa sanitaria pubblica corrente. I risultati sono notevoli soprattutto nelle regioni soggette a Piani di rientro: il disavanzo della Campania, nel 2012, è un decimo di quello del 2005, quello del Lazio un quinto e quello della Sicilia è sostanzialmente azzerato. Rimane però rilevante il gap di performance tra i diversi sistemi sanitari regionali ed è evidente la disparità tra le regioni in Piano di rientro e le altre “dal momento che tutte e sole le regioni in Piano di rientro (Abruzzo, Campania, Calabria, Lazio, Molise, Puglia e Sicilia)”, scrivono i coordinatori del Rapporto, Elena Cantù e Francesco Longo, “risultano inadempienti o parzialmente inadempienti” nel mantenimento dei livelli essenziali di assistenza. Questo è un pericoloso campanello di allarme sul potenziale livello di iniquità nell’accesso alle cure tra nord e sud.

La spesa maggiormente penalizzata, perché meno rigida, risulta essere quella per investimenti, che si attesta a 59 euro pro capite nella media nazionale, ma con una forte variabilità, dai 111 euro dell’Emilia Romagna ai 20 euro della Calabria. Le regioni del Sud sono sistematicamente al di sotto della media nazionale, pur avendo un quadro infrastrutturale più fragile già in partenza.

La riduzione della spesa pubblica non è compensata da un aumento di quella privata, che segue, invece, il ciclo economico e il reddito disponibile dei consumatori. Anche in questo caso la variabilità regionale è molto forte. La media italiana è di 463 euro pro capite, ma si va dai 707 euro del Trentino Alto Adige ai 239 della Campania e le ultime posizioni sono tutte occupate dalle regioni meridionali. In altri termini, non vi è una correlazione tra spesa sanitaria privata e quali/quantità di quella pubblica. Nelle regioni più ricche, con la migliore sanità, si spende di più anche per quella privata a pagamento. Ciò significa che nelle regioni più povere si fa concreto il rischio di undertreatment, come già dimostra l’inadempienza di alcune di queste regioni rispetto ai livelli essenziali d’assistenza.

Uno degli espedienti utilizzati per alleggerire la situazione economica delle aziende è stato, fino ad ora, l’allungamento dei tempi di pagamento. La sanità italiana, in media, paga i farmaci a 236 giorni e le attrezzature a 274, con una diminuzione di una ventina di giorni a metà 2013 rispetto metà 2012. La variabilità è altissima e, per le attrezzature, si va dagli 83 giorni della Valle d’Aosta ai 929 della Calabria, mentre per i farmaci si passa dai 75 giorni del Trentino Alto Adige ai 797 del Molise. In generale, la situazione più compromessa è quella di Campania, Calabria e Molise, ma sono da monitorare anche Piemonte, Puglia e Veneto. In Campania esistono aziende sanitarie che pagano a 103 giorni, altre a 1.509. Le regioni assoggettate a Piani di rientro per ridurre il debito pagano, in media, 280 giorni dopo le altre.

 “I recenti provvedimenti normativi per liquidare parte del debito commerciale accumulato dalla pubblica amministrazione”, puntualizzano Cantù e Longo, “hanno sicuramente migliorato la situazione. Mettere le aziende sanitarie nella condizione di saldare i debiti pregressi non è, però, sufficiente. E’ necessario che le aziende siano poste in condizioni di pagare puntualmente anche quelli futuri”.

Rapporto Bocconi. La Sanità scopre di avere i conti in ordine ma curarsi adesso è diventato un lusso

A livello nazionale la differenza tra entrate e uscite si è azzerata. La spesa sanitaria delle famiglie appare legata principalmente al reddito e poco alla qualità dell’offerta pubblica

Sorpresa numero 1: per la prima volta dopo anni la zoppicante Sanità italiana scopre di avere i conti in ordine. Nonostante i vincoli sempre più stringenti, infatti, negli ultimi mesi il disavanzo è stato sostanzialmente azzerato. Sorpresa numero 2: a fronte di una spesa pubblica che ha smesso di crescere non c’è, come ci si poteva aspettare, un balzo nei consumi privati. 

Anzi, il settore chiude con il segno meno. Risultato: negli anni della crisi gli italiani sono stati costretti a tagliare sulla salute, anche sui servizi che, prima, sarebbero sembrati essenziali. Il calo è evidente soprattutto al Sud, dove per le tradizionali debolezze amministrative il sistema è più debole. 

A fotografare l’Italia a due velocità è il rapporto «Oasi 2013», redatto da Cergas e Sda Bocconi che accende un faro sui consumi privati, che valgono il 20 per cento (quasi 28 miliardi di euro su 138) della spesa totale ma, spesso, sfuggono dai riflettori. In testa alla classifiche per spesa sanitaria privata pro capite c’è il Trentino Alto Adige, poi il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. Seguono Emilia Romagna e Lombardia. Tutte Regioni le cui strutture pubbliche stanno nella parte alta delle pagelle dell’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali.

Un bene prezioso 

«La spesa sanitaria delle famiglie ha un comportamento molto simile a quello dei beni di lusso», ragiona Mario Del Vecchio, direttore del Master in Management per la Sanità dell’università milanese. Chi può spende, chi non ce la fa arranca, e il divario tra le Regioni aumenta. La visita dal dentista, per esempio, rischia di trasformarsi in un miraggio, nonostante l’avanzata delle catene low cost. Un mercato che, certifica il Censis, «crescerà del 25% l’anno». Con tutti i rischi del caso. Va meglio, molto meglio, per quanto riguarda i farmaci: più della metà della spesa privata finisce in beni e non in servizi. 

Da paziente a cliente 

Per capire come cambia lo scenario bisogna spogliarsi della vecchia immagine del paziente che si mette in coda per un malanno e aspetta il responso del medico. I confini del settore sono sempre più estesi, sfumati. «L’individuo – spiega Del Vecchio – viene considerato nella sua totalità». Le barriere tra sanità e benessere sono crollate, e questo spiazza l’Ssn. «Non possiamo più parlare genericamente di sistema sanitario», prosegue. 

L’identikit 

La spesa media pro capite, spiega il rapporto Oasi, aumenta con l’età della persona, ed è comprensibile, e diminuisce con il numero di figli. Oltre alle questioni di budget, suggeriscono gli economisti della Bocconi, il motivo della stretta va cercato nelle teste: l’investimento nella salute infatti è diventato il frutto di una decisione presa a livello familiare. A spaventare gli esperti è quello che, in gergo tecnico, si chiama «undertreatment», ovvero il taglio netto dei servizi, che rischia di esplodere nei prossimi anni. 

Il fai-da-te 

Per sistemare i bilanci inoltre la scure si è abbattuta anche sulle infrastrutture e le tecnologie. «Tra 5 anni ci accorgeremo di aver accumulato un disavanzo nascosto» si legge nel rapporto. A segnalare un sistema socio-sanitario sempre più in difficoltà il rapporto accende un faro anche sul «welfare-fai-da-te» sempre più in espansione, tant’è che ormai le badanti superano di gran lunga i dipendenti di Asl e ospedali, attestandosi a circa 774mila contro 664mila.

Quotidiano sanità e La Stampa – 20 gennaio 2014 

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