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Requisiti più severi, meno pensioni. Nel 2016 erogati 126mila nuovi trattamenti in meno rispetto al 2015. Tra i fattori: l’aumento dell’aspettativa di vita e le nuove regole per le donne

Nel 2016 sono entrate in pagamento oltre 126milapensioni in meno dell’anno prima. In particolare le nuove pensioni liquidate dall’Inps sono state 443.477, con una diminuzione del 22,19% rispetto al 2015 (570.002). A causare il netto calo dei flussi di pensionamento, confermati ieri dall’ultimo monitoraggio dell’Istituto, è il combinato disposto dell’adeguamento alle aspettative di vita (che nel 2016 ha innalzato di quattro mesi i termini per il pensionamento di vecchiaia e per le pensioni anticipate) e dell’aumento di 18 mesi dei requisiti per la vecchiaia delle lavoratrici dipendenti e di 12 mesi per le autonome.

Il calo dei flussi è stato più forte nei primi sei mesi dell’anno (-34%) per poi decrescere all’altezza del terzo trimestre (-26,5%) poiché nella seconda parte dell’anno una discreta componente di coloro che erano rimasti bloccati (4 mesi in più per tutti, passaggio complessivo da 63,9 anni a 65,7 per la vecchiaia delle donne) è infine riuscito ad uscire.

L’effetto dei nuovi requisiti è stato più intenso, considerando l’intero anno, sui flussi dei nuovi pensionamenti di vecchiaia, scesi del 30,2% a 113.500, mentre il calo delle anticipate è stato del 28,2% (da 157.522 del 2015 a 112.529), una dinamica che non ha influito sull’importo medio mensile degli assegni, che è rimasto di 987 euro, un valore dietro il quale si cela la consueta ampia differenza tra assegni di vecchiaia (che viaggiano in media attorno ai 600 euro) e i più ricchi assegni anticipati (tra i 1.800 e i 1.900 euro). Molto più in basso nella scala del reddito da pensione sono i parasubordinati, che si sono visti erogare un assegno Inps attorno ai 192 euro al mese (erano 164 in media nel 2015). Com’è noto, questa categoria è l’unica che in questi anni riceve una pensione calcolata con il sistema contributivo puro, mentre per le altre categorie il sistema di valorizzazione dell’assegno è prevalentemente (per oltre il 90% dei casi) di tipo misto/retributivo.

Le nuove regole entrate in vigore l’anno passato (l’aspettativa di vita è stata introdotta con il dl 78/2010, i nuovi requisiti di vecchiaia delle donne dalla legge 214/2011) hanno determinato l’aumento di quasi un anno di un altro dato statistico rilevato dall’Inps: l’età media alla decorrenza della nuova pensione. Si è passati ai 66,5 anni, contro i 65,8 dell’anno prima. Crescono, sia pure in modo differenziato, le età medie alla decorrenza di tutti i tipi di prestazione: da 65,1 anni a 65,5 per la vecchiaia, da 60 anni a 60,5 per le anticipate, da 52,6 a 52,9 le invalidità (che sono state seimila in meno l’anno scorso), da 74,3 a 74,6 le pensioni riconosciute ai superstiti (in calo a loro volta di 17.500 unità circa).

Fin qui le principali evidenze del monitoraggio Inps sui flussi di pensionamento, un report che purtroppo non dà invece conto degli andamenti aggregati della spesa sostenuta per queste nuove prestazioni che si aggiungono allo stock già in pagamento. Un riferimento provvisorio, in attesa della relazione annuale dell’istituto che arriverà in tarda primavera, si può allora ritrovare nella Nota di aggiornamento al Def dell’autunno scorso, in cui si stimava una spesa per pensioni nel 2016 pari a 261,6 miliardi, in aumento di circa 3 miliardi sull’anno precedente, cui vanno aggiunti 77,8 miliardi (74,1 nel 2015) per le altre prestazioni sociali.

Davide Colombo – Il Sole 24 Ore – 13 gennaio 2017

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