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Riesame Mandara. Quelle bufale del pentito gustose solo per giudici

Il tribunale del Riesame smonta pezzo per pezzo il teorema d’accusa che in luglio ha portato in cella il re delle mozzarelle. “E’ lui la vittima dei clan”

Non era vero. Il re della mozzarella Giuseppe Mandara non era in affari con i clan della camorra. Altro che favoreggiamento. Altro che disponibilità.

Altro che capitali da riciclare. Tutto falso. Tutto costruito su presupposti inesistenti. Tutto capovolto, in un mondo alla rovescia. Si resta senza parole nel leggere pagine con cui il tribunale del Riesame di Napoli fa letteralmente a pezzi l’ordinanza con cui il gip a luglio aveva spedito in carcere Mandara e dato uno schiaffone a una delle eccellenze del made in Italy. La manette a Mandara e il commissariamento dello stabilimento di Mondragone avevano fatto il giro del mondo e ora sarà difficile ricostruire l’immagine, compromessa, di un prodotto che tutti ci invidiano. Fra l’altro nel groviglio di accuse assemblate dalla Procura distrettuale antimafia di Napoli era finito davvero di tutto: persino il presunto cinismo di Mandara che decideva di lasciare in commercio una partita di formaggi contenente un pezzo di ceramica pericolosissimo per la salute; e addirittura l’utilizzo di latte di qualità inferiore, vaccino, truffando così il consumatore. Il Riesame non affronta direttamente questi episodi ma lo studio attento delle intercettazioni – incredibilmente Mandara e il suo staff sono stati ascoltati per anni e anni – fa scricchiolare anche la lettura devastante arrivata sui giornali.

Il collegio prende di petto Augusto La Torre, il camorrista che, nel 2011, dopo anni e anni di carcere e l’ennesimo pentimento, ritrova improvvisamente la memoria e racconta di aver immesso negli anni Ottanta settecento milioni nel capitale del caseificio di Mondragone. Peccato che la sua confessione non trovi riscontro nella realtà. Mandara, che ha avuto la sfortuna di operare in una terra bellissima ma disgraziata, infestata dalla malapianta della criminalità, si è ritrovato come vicini proprio i La Torre. Forse all’inizio ha coltivato con leggerezza la loro amicizia, poi è finito, come tanti industriali del Sud, nell’imbuto delle estorsioni e delle umiliazioni finchè, nel 2003, si è ribellato e ha avuto il coraggio di denunciare il boss. Ecco allora che lo spartito va rovesciato: il re della mozzarella non era un complice ma, semmai, una vittima. «La Torre Augusto – scrive il riesame – -è stato già ritenuto soggettivamente inaffidabile in più provvedimenti giudiziari e nei suoi confronti si è più volte proceduto per calunnia. Il programma di protezione in corso fu revocato soprattutto grazie alla denuncia del Mandara, per la estorsione tentata, commessa in costanza di contratto collaborativo. La Torre Augusto è, ad avviso di questo collegio, del tutto inaffidabile nella qualità di teste, la sua storia criminale (per tale intendendo anche l’intervallo collaborativo che non ha sedato gli entusiasmi delinquenziali del soggetto) è talmente costellata di costruzioni artefatte (oltre che di estorsioni e di omicidi a dozzine) da rendere sospetto e non credibile ogni suo movimento labiale ed ogni suo scritto». Eppure i suoi movimenti labiali, per usare le parole ironiche del riesame, sono i pilastri di questa inchiesta. Non solo, il collegio fa un calcolo semplice semplice: l’azienda fu acquistata, nel marzo dell’83, per «215 milioni di lire, dei quali solo 7 pagati in contanti, tutta la restante parte pagata con accollo di un mutuo e il rilascio di effetti cambiari». Insomma, il racconto di La Torre, con quei fantomatici 700 milioni, fa acqua da tutte le parti.

Ma c’è di più, in un crescendo surreale; Mandara è finito in carcere per essere membro di un clan che però non esiste più da molto tempo: «Si può fondatamente ritenere che il clan La Torre non sia più operativo da almeno dieci anni. Si è detto altresì che nel 2003 sono cessate le contribuzioni (estorsive) del Mandara al clan. Ebbene il gip ritiene di applicare la misura coercitiva per la partecipazione di due soggetti( (Mandara e il suo collaboratore Vincenzo Musella, n.d.r.) ad un clan che non esiste più da oltre dieci anni e, nel rendere ragione di tale necessità cautelare, scrive che non si rileva alcun elemento di recisione di tali vincoli. Sono parole – prosegue il riesame – che… non sembrano potersi spiegare altrimenti che con l’evidenza di un ?refuso?, non cancellato dal file precedentemente in uso». Sconcertante.

E quantomeno controversa è anche la lettura delle telefonate avvenute nell’estate del 2008. Davvero l’azienda ha messo sul mercato le mozzarelle contenenti un pezzo di ceramica? Il geometra Pasquale Franzese afferma: «Aspettiamo un attimo». Fino alla mattina successiva, par di capire. Per poter prima cercare il frammento, che poi non è di ceramica ma di plastica, all’interno dell’impastatrice e bloccare, semmai in seguito, le mozzarelle sospette, ancora ferme nel deposito di Pistoia. Ma l’indomani i Nas sequestrano il formaggio. Che quattro anni dopo è ancora in un frigorifero in attesa di analisi. E anche il campione di latte vaccino, peraltro percentualmente modestissimo, muove i collaboratori di Mandara, pure loro perennemente intercettati, all’indignazione nei confronti del fornitore disonesto: «Li minacci- dice una certa Anna – io il latte non lo prendo più». Vallo a spiegare agli americani e ai tedeschi che ora non si fidano più delle bufale made in Italy.

Il Giornale – 27 agosto 2012

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