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Riforma Pa. Partecipate, salta il taglio dei cda. Il Consiglio dei ministri dà il primo via libera ai correttivi. Tre mesi in più per avviare le chiusure delle società

Si fa decisamente più flessibile la tagliola sugli amministratori delle società partecipate: scompare il decreto del ministero dell’Economia che avrebbe dovuto decidere i casi in cui mantenere il consiglio di amministrazione da tre o cinque membri, invece dell’amministratore unico fissato come principio dalla riforma, e la scelta viene rimessa integralmente nelle mani dei soci.

La decisione di mantenere i consigli di amministrazione da 3 o 5 componenti andrà motivata e trasmessa alla Corte dei conti e alla struttura di controllo sulla riforma che sarà al ministero dell’Economia, ma salta ogni ipotesi di automatismo.

La novità arriva dal decreto correttivo del «taglia-partecipate» che ha ottenuto ieri il primo via libera in consiglio dei ministri, insieme al provvedimento sui licenziamenti sprint per gli assenteisti che conferma la sospensione in 48 ore e l’addio in 30 giorni a chi viene visto timbrare l’entrata senza poi avvicinarsi all’ufficio. Approvazione definitiva, invece, per la riforma del comitato paralimpico.

La macchina dell’attuazione della riforma Madia riparte dopo la sentenza della Corte costituzionale che a fine novembre l’ha colpita, facendo cadere anche i decreti su dirigenti e servizi locali, e si dedica appunto alla manutenzione dei provvedimenti azzoppati dalla Consulta. Rimandato invece alla prossima settimana, probabilmente giovedì, l’appuntamento con la prima approvazione del correttivo sui direttori sanitari e soprattutto con la riforma del pubblico impiego, al centro nei giorni scorsi di un lungo confronto con i sindacati.

La Corte costituzionale aveva dichiarato illegittimo non il merito dei decreti attuativi, che infatti sono rimasti in vigore anche se esposti al rischio di una quasi certa bocciatura in caso di ricorsi, ma la procedura scelta per approvarli, che era passata dal semplice «parere» e non dall’«intesa» (che deve essere unanime) con Regioni ed enti locali. La decisione dei giudici delle leggi, però, ha messo un’arma potente nelle mani degli enti territoriali, che ovviamente non offriranno gratis il loro «sì» dopo la vittoria ottenuta in Corte.

Le prime modifiche spuntate nei decreti avviati ieri dal consiglio dei ministri si spiegano anche con questo fattore, oltre che con l’esigenza di rivedere il calendario per l’allungamento dei tempi prodotto dall’obbligo di tornare su provvedimenti già varati. Nascono da qui i tre mesi in più concessi alle pubbliche amministrazioni per scrivere il piano di dismissioni delle partecipate (e quindi per attuarlo, entro un anno dall’approvazione del piano) e alle società controllate per individuare gli esuberi.

La nuova scadenza, come anticipato sul Sole 24 Ore di ieri, è fissata al 30 giugno, mentre si riaprono fino al 31 luglio i termini, scaduti a dicembre, per adeguare ai principi della riforma gli Statuti delle società pubbliche.

Sui parametri che individuano le partecipazioni da abbandonare, per il momento, non è cambiato molto. I “governatori”, oltre al salvataggio delle partecipazioni detenute dalle finanziarie regionali, ottengono la possibilità di escludere dalla riforma le società che ritengono da proteggere per ragioni di interesse pubblico. Le altre deroghe arrivate con il correttivo sono iper-settoriali, e salvano le aziende agricole delle università e le società pubbliche che producono energia da fonti rinnovabili, mentre resta confermata la tagliola alle mini-società: la soglia minima di fatturato raggiunto in media nei tre anni precedenti per salvarsi resta a un milione di euro, e rimane l’obbligo di chiudere le società (1.200 secondo gli ultimi dati della Corte dei conti) con più amministratori che dipendenti. Finirà così? Difficile dirlo, perché il correttivo dovrà appunto ottenere l’intesa degli enti territoriali che a più riprese hanno chiesto di dimezzare il limite minimo di fatturato e concedere più autonomia alle scelte sulle mini-aziende. In discussione rimangono anche le modalità di gestione degli esuberi: in fatto di personale, il correttivo chiarisce che il blocco delle assunzioni nelle società controllate partirà solo quando sarà approvato il decreto del ministero del Lavoro chiamato a fissare le regole.

Sull’anti-assenteismo, invece, nessuna novità di rilievo. Una norma ponte fa salvi i licenziamenti stabiliti in base al vecchio decreto, in vigore dal 13 luglio del 2016, per evitare il rischio di contenziosi.

Gianni Trovati – Il Sole 24 Ore – 18 febbraio 2017 

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