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Riforme, governo battuto sul Senato elettivo. Ma poi è adottato il testo base della maggioranza (con il sì di Fi)

Passa l’ordine del giorno Calderoli col voto di Mauro. In un tweet Renzi minimizza sull’incidente: quello che conta è che il testo base sia quello del governo, non ci facciamo bloccare

La prima notizia della giornata, alla fine di ore concitatissime in Senato con tanto di ventilate e poi smentite dimissioni della ministra per le Riforme Maria Elena Boschi, è che la maggioranza di governo va sotto in commissione Affari costituzionali del Senato sull’ordine del giorno presentato dal leghista Roberto Calderoli che prevede un Senato delle autonomie elettivo. Uno dei paletti imposti dal premier Matteo Renzi, mai più un Senato elettivo, è scardinato alla prima occasione utile. Votano a favore Fi, Lega, M5S e l’ordine del giorno passa infine grazie al voto del senatore centrista “dissidente” Mario Mauro. Ininfluente ai fini del voto (la maggioranza sarebbe andata sotto lo stesso) ma significativa l’assenza di una altro “dissidente”, questa volta del Pd: il civatiano Corradino Mineo. La seconda notizia della giornata è che alla fine la commissione adotta il testo base del governo, come fortemente voluto dal premier Matteo Renzi, con i voti dello stesso Mauro e anche di Fi in un ritrovato asse sulle riforme in corner. Il senso politico di quanto accaduto è forse nelle parole pronunciate a fine giornata dal capogruppo azzurro in Senato Paolo Romani: «Fi è stata determinante. Abbiamo votato l’ordine del giorno Calderoli e grazie a noi è passato; abbiamo votato il testo base e grazie a noi è passato. Questo dimostra che siamo determinanti per il cammino delle riforme che, grazie a noi, può partire».

In serata Renzi vuole vedere il bicchiere mezzo vuoto e saluta come un successo l’adozione del testo del governo come testo base. «Approvato il testo base del Governo sulla riforma del Senato. Molto bene, non era facile. La palude non ci blocca! È proprio #lavoltabuona», twitta. «Pensavano di farcela con un’imboscata, rosolandosci, rinviando – commenta ormai a tarda notte il premier con i suoi –. Siamo andati a diritto, come si dice dalla mie parti. Il risultato è che l’accozzaglia porta a casa un ordine del giorno che vale zero, la maggioranza tiene e approva il testo base, come avevamo promesso. Riforme 1-Palude 0». Renzi era stato avvertito per tempo che Fi non si sarebbe sfilata dal patto del Nazareno sulle riforme nonostante le parole pronunciate dallo stesso Berlusconi in tv nel pomeriggio («non credo che ci siano le condizioni per un nostro sì al testo base»). Nel suo studio di Palazzo Chigi, in serata, il premier ha seguito le vicende di Palazzo Madama assieme alla stessa Boschi e ai sottosegretari Graziano Delrio e Lorenzo Lotti. Una sorta di “situation room” in cui non sono mancate le telefonate con Berlusconi. Il gioco di Fi è stato piuttosto chiaro: inserirsi nelle contraddizioni della maggioranza, senza tuttavia rompere il patto, per arrivare a un rinvio. Allungare i tempi, insomma, per non regalare a Renzi e al Pd la “bandierina” del primo sì in Commissione alle riforme entro il 25 maggio, giorno di elezioni europee. «Non si fa una riforma costituzionale con la fretta di una campagna elettorale», diceva Romani nel pomeriggio.

Ma da Palazzo Chigi è arrivato l’imput a procedere ugualmente, senza cedere a ulteriori rinvii. Anche con la sola maggioranza. «O si rispettano i patti o salta tutto», è stato il messaggio recapitato da Boschi ai senatori della maggioranza. Lo scenario, ribadito indirettamente da un tweet del renziano Roberto Giachetti, è sempre quello: se non passano le riforme si va tutti a casa. «Caro Renzi, purtroppo sono stato facile profeta sulle riforme, fidati di me, andiamo a votare. Ma chi te lo fa fare». E anche se Palazzo Chigi ha subito smentito «minacce di dimissioni» in caso di mancata approvazione del testo base, la minaccia è di fatto nell’aria. Ma la prova di forza non basta evidentemente a convincere Mauro, già ministro con Letta, a votare in conformità con il governo anche sull’ordine del giorno Calderoli. «Di Mauro lo sapevamo – commentano a fine giornata dall’entourage del premier –. Non ha digerito ancora la poltrona sfumata… È umano, lo mettiamo nel conto».

«La palude non ci blocca», è dunque la posizione di Renzi, determinato ad andare avanti. Ma certo già a partire da oggi la tela va ricucita, prima di tutto all’interno della maggioranza, se si vuole portare a casa entro il 25 maggio il sì della Commissione alla riforma come previsto. E forse andrà concesso qualcosa ai molti sostenitori di qualche forma di elettività per i nuovi senatori. Ma sono in molti, anche tra i dem, a pensare che a questo punto è meglio rimandare il via libera della Commissione a dopo il “giudizio” delle europee. Esattamente come chiede Fi, che ieri ha voluto lanciare il suo avvertimento: senza di noi la maggioranza di Renzi non tiene. Appunto.

Il Sole 24 Ore – 7 maggio 2014

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