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Russia contro McDonald’s «Violate norme sanitarie». La diplomazia prepara l’incontro a Minsk tra Putin e Poroshenko

Per i moscoviti è come la fine di un’epoca: nel mirino dei politici più zelanti e delle autorità sanitarie fin da aprile, per aver fermato i propri locali in Crimea, l’americana McDonald’s ha ricevuto ieri l’ordine di chiudere quattro ristoranti a Mosca. Tra questi il più antico, aperto sulla piazza Pushkin nel 1990, e il più centrale sul Maneggio, all’ombra del Cremlino.

Secondo l’ente russo che sorveglia la sicurezza alimentare, Rospotrebnadzor, la catena di hamburger ha violato diverse norme sanitarie: accuse che McDonald’s ha assicurato di verificare, considerando priorità assoluta la fornitura «di prodotti di qualità e sicuri».

Ma hamburger e patatine sembrano piuttosto essere le ultime vittime della guerra economica scoppiata tra la Russia e l’Occidente, a colpi di sanzioni e bandi all’import. Ieri il governo russo ha ammorbidito la lista dei generi alimentari proibiti, aprendo per esempio a lattosio e integratori alimentari. Ma per esprimere il proprio sdegno occidentale la fantasia dei patriottici deputati russi già immagina di tassare la CocaCola, oppure di bere solo tè, e di vietare ai funzionari pubblici l’uso di iPad e smartphone Apple, peraltro cari proprio all’uomo che firma la lista nera, il primo ministro Dmitrij Medvedev. Si espande l’allarme che già offusca le prospettive di produttori europei di automobili o di medicinali, settori che il governo ha riconosciuto di avere nel mirino.

Mentre la danese Carlsberg si aggiunge alla lista di produttori che prevedono un forte calo delle vendite in Russia, con la sua birra Baltika, scende in campo Richard Branson: in un’intervista all’agenzia Bloomberg il miliardario britannico chiede di incontrare Vladimir Putin, a nome di quasi un centinaio di businessmen attivi in Russia. Per dare un contributo alla ricerca di una soluzione, spiega, sottolineando «la paura che la Russia a un certo punto possa invadere l’Ucraina orientale» e «il disastro che ne conseguirebbe».

In realtà, oltre al proprietario di Virgin, la diplomazia internazionale si è rimessa in moto. Le cronache dell’avanzata delle forze di Kiev su Donetsk e Luhansk, roccaforti dei ribelli filorussi, non lasciano grandi spazi alla ricerca di una via d’uscita. Dalla sua posizione di forza sui separatisti, da una parte, l’esercito ucraino è poco disposto a fare concessioni; ma può conquistare la vittoria a un prezzo troppo alto, combattendo strada per strada, aggravando ulteriormente un bilancio di più di 2.000 morti, tra soldati e civili. Non è detto che il resto del Paese sostenga il peso di questa guerra ancora a lungo.

Sull’altro fronte, la Russia accusata di aver armato i separatisti potrà ribaltare le sorti del confronto solo intervenendo ancor più apertamente di quanto abbia fatto finora. Ma un’invasione aumenterebbe il suo isolamento internazionale. E anche Putin, confortato dal sostegno di una popolarità altissima, rischierebbe di sacrificarla a causa delle sanzioni. Putin però rischia anche se decidesse di abbandonare una causa che buona parte della popolazione condivide. Non è nelle sue corde arrendersi.

Putin e il nuovo presidente ucraino Petro Poroshenko si incontreranno il 26 agosto a Minsk, capitale della Bielorussia. Sarà il primo vero faccia faccia tra loro: perché porti un risultato, entrambi dovranno concedere qualcosa. La priorità assoluta è l’emergenza umanitaria: l’agenda di Minsk avrà però al centro la questione da cui tutto è cominciato, il diritto dell’Ucraina di scegliere la propria strada senza interferenze. Potrebbe essere di buon auspicio il fatto che all’incontro – cui sono stati invitati anche i vertici della Ue – ci saranno i leader dell’Unione doganale tra Russia, Kazakhstan e Bielorussia: con Poroshenko parleranno dei legami commerciali reciproci, ora che l’Ucraina ha firmato l’Accordo di associazione con la Ue. Ci saranno anche i commissari Ue all’Energia e al Commercio, alla ricerca di una schiarita anche sugli altri fronti aperti dal confronto tra Mosca e Kiev, per primo il gas. Ma a Minsk nulla sarà possibile senza la volontà comune di mettere fine alla guerra.

Il Sole 24 Ore – 21 agosto 2014

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