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Salumi, corrono solo le esportazioni. Assemblea Assica: scenario incerto. L’allarme carni cancerogene ha smorzato la ripresa e ridotto le stime

È il dato dell’export nel primo trimestre di quest’anno – un insperato +10% – a soffiare ottimismo sull’industria delle carni e dei salumi rappresentata da Assica. Perché le altre note positive raccolte nel 2015 – primo bilancio con un timido segno più per produzione e vendite dopo quattro anni in caduta – non bastano per parlare di ripresa.

Anzi, il presidente di Assica Nicola Levoni in occasione dell’assemblea annuale che si è svolta ieri a Bologna definisce il 2015 «l’anno della crisi e della pressione mediatica, tra l’allarmismo creato dallo Iarc sulle carni cancerogene e gli attacchi di vegani e animalisti, che mettono in discussione l’esistenza stessa della filiera zootecnica, un asset basilare del nostro made in Italy e che hanno gelato la ripresa estiva incidendo anche sui primi mesi del 2016. Al pericoloso sentimento antindustriale si sommano le nubi che offuscano il mercato europeo, dove si concentra l’82% dell’ export di carni e salumi».

Il fatturato 2015 dell’industria italiana dei salumi ha sfiorato i 7,9 miliardi di euro (+0,7% sul 2014), trainato dal +7% dell’export (1,35 miliardi, che incide però ancora troppo poco sul giro d’affari complessivo, meno del 18%). In termini di volumi l’incremento è stato dello 0,9% (i prezzi sono diminuiti lo scorso anno) con una produzione di 1,175 milioni di tonnellate. Tra le specialità del comparto spicca il sorpasso del prosciutto cotto sul crudo sia per quantità prodotte sia per dinamismo commerciale: +2,4% le vendite del cotto contro il +0,7 del crudo (assieme i due prodotti valgono oltre la metà del business dei salumi) . In calo mortadella (-1,6% in valore) e wurstel (-11,6%), in recupero (+2%)

lo speck .

«Lo scenario internazionale lancia segnali di grandissima incertezza e i consumi interni sono fermi – sottolinea il presidente di Assica, che con i suoi 170 associati rappresenta i due terzi del settore per ricavi e il 90% per export –. Non possiamo accontentarci di sperare nell’arrivo di turisti affamati della nostra enogastronomia per crescere, dobbiamo fare un grande sforzo corale per fare sistema tra di noi e con i ministeri competenti per promuovere il nostro settore e aprire nuovi mercati, abbattendo barriere tariffarie e non tariffarie (sanitarie in primis)».

Il condirettore di Assica, Aldo Radice, spiega che solo eliminando le barriere tariffarie il made in Italy di carni e salumi esporterebbe 250 milioni di euro in più l’anno, a parità di tutte le altre condizioni. E confida nella promessa fatta ieri da Giuseppe Ruocco della Dg Igiene e sicurezza alimenti del ministero della Salute: sarà aperto entro fine anno il mercato cinese, dove si potrebbero valorizzare pezzi del suino che in Italia finiscono nel pet food e che in Oriente sono invece pregiati.

«La situazione è difficile, confidiamo nelle misure del Governo, soprattutto attraverso accordi bilaterali tra Paesi, vista la complessità a muoversi in modo compatto come Ue», commenta Lorenzo Beretta, presidente dell’Isit (Istituto italiano di valorizzazione dei salumi) e direttore commerciale della F.lli Beretta, gruppo da 1.300 dipendenti e 750 milioni di fatturato che punta ad alzare la quota export dall’attuale 35 al 50% dei ricavi nei prossimi 3-5 anni.

Più ottimista Franz Senfter, presidente di Grandi salumifici italiani (640 milioni di fatturato, 1.800 addetti) , che prevede una maggior vivacità dei ricavi nella seconda metà dell’anno .

Ilaria Vesentini – Il Sole 24 Ore – 16 giugno 2016 

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