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Sanità, 2 miliardi di mancati aumenti. I finanziamenti per il 2016 si fermano a 111 miliardi. Preoccupazione delle Regioni

renzi-e-lorenzin-01Il finanziamento ad asl e ospedali per il 2016 alla fine atterra a quota 111 mld. Che fa dire a Matteo Renzi di aver allentato i cordoni della borsa di 1 mld. E ai governatori di dover subire una sottrazione di 2 mld. Per la precisione: 2,092 mld. Anche se per le regioni a trazione leghista il calcolo è addirittura più negativo: a conti fatti, sostengono, i fondi 2016 saranno inferiori di 500 mln rispetto a quelli di quest’anno. Nessun nuovo sconto dal premier, insomma: quella era l’asticella da lui indicata da tempo, e quella è rimasta. Perché con i costi standard, ha detto Renzi, si taglieranno gli sprechi e si risparmierà per le cure. Anzi, se possibile con un freno in più: perché Renzi ha previsto all’interno del Fondo 2016 che 800 mln dovranno restare congelati per dedicarli ai nuovi Lea e al Nomenclatore tariffario di protesi e ausili, fermi da anni e anni. Cosa che la ministra Beatrice Lorenzin ha accolto in un tweet come un successo: «Una svolta». Il testo d’ingresso in Cdm

Peccato che per le regioni, che dovranno dare il via libera a quei due provvedimenti, il fatto di dovercela fare con 111 mld sia considerato un azzardo. Come dire che ai già numerosi punti di dissenso da palazzo Chigi e via XX Settembre, se ne aggiungerà subito un altro. Senza scordare l’effetto della riapertura dei contratti, che anche in sanità dovranno ripartire. E non del tutto a costo zero.

Ripartirà anche nel 2016 dall’eterno scontro sui finanziamenti il braccio di ferro sulla sanità. Perché tra l’altro, mentre le regioni alzano il tiro, anche in Parlamento sembra formarsi un fronte della resistenza come ha dimostrato una mozione approvata ieri in aula a Montecitorio che chiede più fondi e costi standard. O quanto meno del pressing su palazzo Chigi affinché nel corso dell’iter della manovra già al Senato si innesti quanto meno una piccola retromarcia. Con velleità tutte da verificare alla prova dei fatti, naturalmente. Data la vaghezza delle informazioni trapelate da palazzo Chigi ancora nella serata di ieri, il rappresentante dei governatori, Sergio Chiamparino (Piemonte), ha preferito intanto non alzare i toni: «Attendiamo di conoscere il testo del disegno di Legge di Stabilità in tutte le sue articolazioni – ha dichiarato – per poter esprimere un giudizio nella conferenza delle Regioni già programmata per il prossimo 22 ottobre». Insomma, lì emergerà la posizione dei governatori e si capiranno forse meglio le prossime mosse. Una cautela, del resto, dovuta anche al fatto di capire se porterà a qualche risultato la trattativa con via XX Settembre sulla rinegoziazione dei bond regionali, che potrebbe valere anche fino a 1 mld di alleggerimento dei bilanci regionali rispetto a una partita (extrasanitaria) da 2,2 mld che si trascineranno sul 2016 come eredità della manovra dell’allora premier Mario Monti.

Le tracce di manovra sanitaria contenute nei documenti depositati ieri a palazzo Chigi in Consiglio dei ministri, sembrano intanto aver conservato grosso modo le previsioni della vigilia. Con la partita sui farmaci che continua a spaccare il fronte governativo da quello regionale. Per il ripiano da 1,2 mld circa a carico delle industrie per i disavanzi della farmaceutica ospedaliera congelati dai giudici amministrativi, si va verso una trattativa e con un decreto ad hoc. Incerta fino all’ultimo la questione della governance del settore, tra nuovi tetti e farmaci innovativi. Non è da escludere che alla fine la norma venga introdotta in Parlamento.

Aspettando i costi standard, intanto la Consip e le centrali d’acquisto regionali rafforzeranno la spending review per l’acquisto di beni e servizi (tra 800 mln e 1 mld di risparmi previsti). Per gli ospedali in rosso (la gran parte) è in cantiere un piano di rientro triennale con tanto di penalizzazioni se alla fine del periodo nulla sarà cambiato nei loro bilanci, inclusa la rimozione dei manager.

Ultima voce aggiunta cammin facendo nella manovra è stato il finanziamento da parte del Miur di una congrua dote di qualche centinaio di milioni dal 2016 al 2020 per aprire 6mila nuove borse di studio ai medici specializzandi. Anche in questo caso ha fatto scuola il metodo del tweet: a lanciarlo è stata la ministra Giannini.

L’ANALISI. Serve una bussola per tutelare i più fragili

Bene l’attenzione per i giovani medici specializzandi, sperando che le logiche baronali siano messe all’angolo una volta per tutte e che anche in Italia possano vincere sempre i migliori. Male il balletto sui finanziamenti e l’aver dato la sensazione che la matematica sia un’opinione: dove 1 (miliardo) in più non è la stessa cosa di 2 (miliardi) in meno. Bene (come per i giovani dottori che ce la faranno) pensare di premiare la virtù, o meglio la capacità di mezza Italia di spendere meglio e con qualità di cure e assistenza, anche se poi talvolta, come nel recente caso della Lombardia, la virtù acceca ed è preferibile verificarla fino in fondo. Bene procedere sulla strada dei “buoni acquisti” purché senza ambiguità e operazioni non trasparenti e altrettanto bene pensare a centrali uniche d’acquisto sotto l’egida della Consip. Male i mezzi passi e l’incapacità di gestire di comune accordo tra Stato e regioni una partita delicata e così importante come quella farmaceutica, dove all’obbligo di trasparenza va accompagnata tutta la giusta attenzione verso un settore vitale per l’economia e per l’occupazione.

Naviga tra sufficienze, voti discreti ma anche non poche insufficienze – e con capacità mediatiche di vecchio profilo – la manovra sanitaria che ieri il Governo ci ha presentato. Anche se solo in parte, a spizzichi e bocconi come si dice in gergo. Fatto sta che nell’insieme non sembra dare il segno di una direzione di marcia: dove realmente si vuole arrivare e in che modo con l’assistenza sanitaria pubblica. Quale strada imboccare per preservare quanto più si può dell’universalismo che resta, come affrontare la sfida dell’innovazione e della sostenibilità di un sistema sanitario che come in tutto l’Occidente è sotto scacco: della medicina che ci fa vivere di più ma costa sempre di più, della crisi delle finanze pubbliche nella grande tempesta di questi lunghi anni di buio. E della povertà e delle fragilità che crescono come una valanga che rotola a valle.

Ecco, serve una bussola per dare una rotta alla sanità pubblica. Una rotta sicura e navigabile. Serve il coraggio delle scelte unito al coraggio di comunicarle. Serve la voglia di unire il meglio del pubblico (ed è tanto) al meglio del privato. Senza per questo dover parlare di privatizzazione o di “sistema all’americana”, che tanto non avrebbe mai sponda. Serve “fare”. Non camminare più o meno a vista, mettere veti da parte di tutti. Cambiare tutto per restare i gattopardi di sempre. Serve la voglia, quella vera, di tutelare i più deboli, che sono tanti e sempre di più.

Niente farmaci (per ora), risk nel testo della Camera, giro di vite più duro per gli acquisti: le novità del mattino nella manovra

Niente sui farmaci per ora, ma a giorni un emendamento al Dl finanza pubblica per i ripiani 2013-204. Lea aggiornati obbligatoriamente ogni anno. Rischio professionale inserito nella Stabilità dopo il sì della commissione alla Camera. Giro di vite strettissimo fino alla nullità dei contratti per gli acuisti di beni e servizi. Conferma dei piani di rientro triennali per gli ospedali in rosso ma anche per le asl con ospedali.

A poche ore dal varo della manovra 2016 da parte del Governo, quella illustrata a colpi di slide e di ottimismo dal premier Matteo Renzi, cominciano a intravedersi ulteriori dettagli delle misure in materia sanitaria. E altre con certezza ne avremo quando il testo (e le tabelle) arriveranno al Senato. Testo che peraltro è tuttora in fase di stesura, con tanto di (non facile) relazione. E di tabelle, appunto.

Intanto, la mattina del giorno dopo spuntano conferme e novità. Il Fondo a 111 mld, e si sapeva, con gli 800 mln dentro dedicati (quando si faranno, e le regioni faranno muro…) a Lea e Nomenclatore di ausili e protesi. Una novità: la nuova commissione Lea dovrà obbligatoriamente provvedere ad aggiornarli ogni anno: quelli attuali datano 2001, il Nomenclatore 1999. Ma attenzione: rispettando i saldi. Il che vuol dire che per ogni prestazione che entra un’altra (o altre) ne usciranno per pareggiare i conti.

Atro capitolo scottante: i farmaci. Nella manovra nulla si scrive sulla governance, vale a dire nuovi tetti, pay back e innovativi. Il tavolo non ha concluso i lavori: Governo e Regioni erano spaccati. Ma nel corso dell’iter della manovra non mancheranno novità. Intanto la vecchia questione dei ripaini 2013-2014 per l’ospedaliera bocciati da Tar e Consiglio di Stato, sarà ripresa per i capelli con un emendamento al Dl sulla finanza pubblica all’esame del Senato: una norma disporrà di rifare le procedure del conteggio, con le aziende che daranno i loro dati all’Aifa, da incrociare con quelli di aziende e Regioni. E cambierà la procedura, dunque. Forse anche con una transazione con le imprese. Il disavanzo totale a loro carico sarebbe per i due anni dell’ordine di 1,2 mld.

Altra conferma, ma con una stretta in più. Massimo accentramento attraverso i centri aggregatori della Consip e le centrali uniche regiionali per tutti gli acquisti di beni e servizi sanitari. Col divieto dal 1° gennaio 2016 di agire altrimenti, pena la responsabilità erariale e disciplinare degli ammiistratori. Fino alla nullità dei contratti e in qualche modo allo stop degli acquisti. E alla discrezionalità dei funzionari.

Roberto Turno – Il Sole 24 Ore – 16 ottobre 2015 

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