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Sanità. Abbandonato il sistema che scovava le ricette-truffa

La prova in Molise ha funzionato, ma il ministro Renato Balduzzi dice di non sapere

Era l’uovo di Colombo, ma è finito nelle mani sbagliate. Una macchinetta perle “ricette pulite”, tipo le vidimatrici usate nelle ricevitorie per le schedine del Totocalcio e del Lotto. Un sistema con una tecnologia semplice, di poco costo, che però avrebbe impedito quelle ruberie nella vendita dei farmaci diventate un male endemico in Italia. Dei 13 miliardi di euro che lo Stato spende ogni anno, un terzo circa sono truffe, c’è chi dice addirittura la metà, tra ricette riempite di fustelle di medicine vendute solo per finta, prescrizioni taroccate di medicinali effettuate solo a vantaggio di medici e farmacisti disonesti e via barando. L’introduzione della macchinetta avrebbe fatto risparmiare in un colpo quasi quanto il governo dei tecnici spera di recuperare con la complessa spending review, la revisione della spesa affidata a Enrico Bondi, l’arcigno commissario della Parmalat. L’apparecchietto taglia spesa farmaceutica, però, non è mai entrato in funzione, nonostante avesse superato a pieni voti tutti i collaudi e le prove. Il risparmio che si poteva ottenere non è quindi arrivato e probabilmente non arriverà mai. Finita nelle mani del governatore del Molise Michele Iorio (Pdl), che doveva essere il garante della sperimentazione, la macchinetta è stata relegata in soffitta. E l’azienda produttrice, la Q.E.I. di Stefano Rinaldi, invece di salire sulla rampa di lancio, ha dovuto licenziare 15 persone e chiudere la sede di Campobasso. Il governo dei tecnici avrebbe ancora la possibilità di recuperare la macchinetta con un ripescaggio in extremis, anche se c’è poco da sperare.

INTERROGATO in proposito il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha fatto finta di cadere dal pero, sostenendo addirittura di ignorare l’esistenza del sistema taglia sprechi, un’affermazione che nell’ambiente medico e farmaceutico molti fanno fatica a prendere per buona, perché Balduzzi prima di diventare ministro era presidente dell’Agenas, l’Agenzia nazionale della sanità che si occupa proprio dei risparmi nella spesa sanitaria. Non è pensabile quindi che delle macchinette anti-truffa non sappia niente e se non lo sa davvero significa che fino ad ora è andato a caccia di farfalle. La storia comincia la bellezza di 10 anni fa. Nel Lazio si fa una prova: si costringono per un mese le farmacie ad accettare ricette con una sola prescrizione e il risultato è clamoroso, la spesa cala di quasi il 40 per cento e il risparmio è di 53 milioni di euro. A quel punto l’idea della macchinetta che impedisce soprattutto la truffa delle fustelle multiple, appare più che promettente. Siccome però già allora di soldi nelle casse pubbliche ce n’erano pochini, il viceministro dell’Economia, Mario Baldassarri, propone un patto al produttore: una percentuale del 12,50 per cento sul totale degli eventuali risparmi. Se l’affare funziona, lo Stato non spende un euro, se non funziona idem. La macchinetta funziona e nel 2005 viene annunciata la sperimentazione sul campo. Viene scelto il Molise come regione pilota, una realtà piccola e quindi facile da tenere sott’occhio, con 160 farmacie tra rurali e di città. L’imprenditore investe 8 milioni di euro, ma tra stop and go il progetto parte solo nel luglio 2006.

TRA UNA burocrazia e l’altra si va avanti altri 3 anni quando presidente di Regione, assessori, farmacisti, sperimentatori e Federfarma Molise (la Federazione dei titolari di farmacie guidata da Luigi Sauro) firmano entusiasti un documento che attesta la validità del progetto. La Regione Molise paga quindi all’azienda produttrice metà di quanto investito (4 milioni di euro) e a quel punto sembra tutto pronto per la partenza vera. Passa agosto, mese in cui in Italia non si muove foglia. A settembre la sorpresa: Federfarma Molise, che nel frattempo ha aperto un tavolo di trattativa sindacale con la Regione, in cambio della sua collaborazione pretende a sorpresa 1 euro su ognuna delle oltre 3 milioni di ricette prescritte. Un euro che dovrebbe andare al fondo pensioni dei farmacisti (Enpal). E una richiesta stramba perché le Aziende sanitarie (Asl) di tutta Italia, comprese quelle molisane, già versano un 1 per cento circa all’Enpaf (125 milioni di euro l’anno) come “ringraziamento” per la collaborazione dei farmacisti al Servizio sanitario nazionale. Nessuno capisce bene a che titolo venga chiesto l’euro suppletivo per i farmacisti del Molise. C’è chi dice sia il prezzo preteso dalla categoria per non strangolare in culla un sistema che sotto sotto i farmacisti vedono come il fumo negli occhi. Il governatore Iorio capisce che la faccenda sta prendendo una brutta piega e fa dietrofront affossando il progetto. Si avvicinano le elezioni e non vuol rinunciare all’appoggio della lobby delle farmacie. A quel punto, e siamo ad oggi, la ditta produttrice alza bandiera bianca e si ritira. Unica, magra consolazione, il titolare, Rinaldi, cita in giudizio la Regione Molise chiedendo i danni.

Il Fatto quotidiano – 20 giugno 2012

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