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L’idea. Dal cibo allo smartphone tutto in un negozio così rifaremo la spesa nell’emporio di una volta. A Torino e Pescara botteghe multiprodotto per sfidare le Chinatown

In un angolo gli stand con jeans e magliette, dall’altro i vasi del fioraio. In una vetrina le calzature, nell’altra gli articoli di merceria. La nuova ricetta contro le saracinesche abbassate nei centri storici, e il dilagare delle rivendite cinesi che fagocitano le botteghe tradizionali, si chiama “plurinegozio”: uno spazio commerciale che può ospitare fino a cinque attività diverse.

La gastronomia e il casalinghi, la macelleria e il fruttivendolo, la lavanderia e il ferramenta. Le insegne icona delle nostre strade, sempre più rare nelle vie dei quartieri, ora rilanciano unendo le forze. O meglio condividendo i costi di gestione: l’affitto troppo caro, le tasse, la manutenzione e le bollette.

D’altra parte se il coworking spopola per gli uffici, perché non dovrebbe funzionare per il commercio? Nasce così l’idea divenuta realtà con un regolamento comunale prima a Torino e poi, l’altro ieri, a Pescara. I nuovi spazi, grandi al massimo 250 metri quadrati, possono accogliere anche quattro o cinque corner distinti. Un po’ come nei vecchi empori di paese dove si trovava di tutto: dal prosciutto da affettare ai quaderni per la scuola, dal sapone per il bucato alla biancheria intima. Un ritorno al passato che guarda al futuro, ai ragazzi che vogliono avviare un’attività senza avere i mezzi per farlo.

«I giovani che ci hanno chiesto un aiuto sono tantissimi» spiega l’assessore al Commercio di Pescara Giacomo Cuzzi, promotore del regolamento approvato in giunta all’unanimità. «Il nostro centro città è uno shopping center naturale, pedonalizzato e con tantissimi negozi che negli anni della crisi hanno chiuso, ma anche cercato di reiventarsi, trasformandosi». Da qui l’esigenza di stimolare gli affari. «I destinatari sono di due generi», continua Cuzzi. «Le attività storiche che in tempi di e-commerce e affitti alti vogliono ricollocarsi, magari ospitando un bar, per intercettare una clientela diversa. Poi gli imprenditori che non possono permettersi le spese di avvio. Per loro mettersi insieme è una soluzione».

Così sono nati a Torino il centro estetico con la caffetteria interna e l’esposizione di bigiotteria o l’enoteca con un angolo di libreria. O ancora, caso di grande successo sotto Natale, un temporary store dedicato agli artigiani del Made in Italy nella Galleria San Federico, il salotto glamour dello shopping cittadino, vicino al Museo Egizio. Qui per sei mesi l’associazione “I Love It” ha radunato i prodotti di alcune piccolissime aziende manifatturiere che altrimenti non avrebbero potuto permettersi una vetrina d’eccellenza: dal ceramista al falegname di mobili di design, dai tessili di pregio alle borse patchwork realizzate con i pellami della tappezzeria delle automobili, fino alla bigiotteria d’alta gamma. Un’esperienza, assicura la Cna, da ripetere al più presto.

Proprio all’artigianato che non se la passa bene – sono sempre meno le botteghe rimaste aperte – è riservato un occhio di riguardo. «Il calzolaio può essere ospitato nei negozi di scarpe, i maestri del pellame in quelli di borse o le sarte nelle boutique di abbigliamento », prosegue Cuzzi. Le soluzioni per mettere un argine a quella che è stata battezzata la desertificazione delle città (dove, dice Confcommercio, negli ultimi sette anni è scomparso quasi un negozio su sei) e per riprendersi gli spazi storici si fanno strada. Basta metterle in pratica con un po’ d’inventiva.

«La sfida è innovarsi, cambiare» spiega il dirigente del settore Commercio del comune di Torino Ernesto Pizzichetta, tra i promotori del coworking dei locali. «Il tempo dei monomarca è finito, il futuro avrà un approccio nuovo verso il consumatore. Sopravvive chi si trasforma, chi offre al cliente tre o quattro attività diverse e quindi una scelta più particolare. Ognuno di noi va a cercare nelle vetrine l’originalità: l’imprenditore deve essere al passo con i tempi».

Repubblica – 27 febbraio 2016 

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