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Sanità, la scure dell’inflazione: i 4 miliardi stanziati saranno vanificati dall’impennata dei prezzi. Il valore reale della spesa ai livelli pre-Covid. Sarebbero stati necessari 15 miliardi in più

L’amara sintesi dei numeri è questa: l’inflazione, nel 2023, vanificherà i finanziamenti stanziati per il Sistema sanitario nazionale nell’ultima manovra. Un’analisi dell’Osservatorio conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano mostra come, persino dietro dati all’apparenza positivi, si intraveda un ulteriore impoverimento della sanità pubblica. Per quest’anno, le risorse del Servizio sanitario sono previste in aumento di 4 miliardi rispetto al 2022, portando il totale a 128 miliardi: 2 miliardi li aveva già messi a bilancio il governo Draghi, altri 2 sono stati aggiunti dall’esecutivo di Giorgia Meloni con la finanziaria approvata a fine dicembre.
Nella programmazione del raddoppiamento c’era in parte il tentativo consapevole di rispondere almeno a uno degli effetti dell’inflazione: la maggior parte dello stanziamento (1,4 miliardi) andrà infatti a tamponare i costi insostenibili delle fonti energetiche, mentre 200 milioni saranno destinati a un timido rialzo degli stipendi degli operatori del Pronto soccorso. Sulla carta, per il 2023, il finanziamento per la sanità salirà del 3 per cento rispetto al 2022. E tuttavia la dotazione sarà del tutto insufficiente per contrastare l’inflazione che ha toccato, negli ultimi mesi, picchi del 12 per cento su base annua. «L’aumento dei fondi riuscirà solo in parte a coprire l’incremento dei costi», sintetizza il professor Gilberto Turati dell’Osservatorio conti pubblici dell’Università Cattolica. «Se si considera l’inflazione cumulata nel 2022 e 2023 – aggiunge Carlo Cottarelli, ex direttore dell’Osservatorio, oggi senatore Pd – si può stimare che per neutralizzarne gli effetti, rispetto agli stanziamenti previsti originariamente, sarebbero stati necessari almeno 15 miliardi in più».
Fin qui i numeri del fabbisogno sanitario standard, in altri termini le risorse programmate. La scure della svalutazione monetaria risalta ancor più violentemente nell’analisi dell’andamento della spesa sanitaria corrente. Se si guarda solo alle cifre, la spesa nel 2023 sarà più alta di 15 miliardi rispetto al 2019, raggiungendo quota 131. Ma è ancora una volta un'”illusione ottica” che non considera l’impennata dei prezzi. Secondo l’elaborazione dell’Osservatorio conti pubblici dell’Università Cattolica, calcolando la spesa sanitaria in termini reali – aggiustata dunque all’inflazione degli ultimi mesi – l’aumento è inesistente: il valore arriva persino al di sotto del 2019, era pre-Covid. «Guardando alle tendenze di lungo periodo, fra il 2000 e il 2023 la spesa è quasi raddoppiata in termini nominali, da 68 a 131 miliardi di euro – scrive Francesco Scinetti nello studio dell’Osservatorio conti pubblici –. Tuttavia, se si considera la spesa al netto dell’inflazione, l’aumento si riduce al 19 per cento» ed è concentrato esclusivamente nei primi anni 2000. Dopo la crisi finanziaria del 2008 è intervenuta una riduzione seguita da un lungo periodo di stabilità, di cui è stata invertita la tendenza solo nel 2020 con l’emergenza pandemica. «Questo aumento in termini reali rispetto al 2000 probabilmente non basta a tenere il passo con la crescente domanda di servizi sanitari», conclude Scinetti.
Un’insufficienza che i cittadini sperimentano nella propria quotidianità. La stessa inadeguatezza alla base delle infinite liste di attesa che hanno portato, nel 2021, il 54 per cento degli italiani ad affidarsi al privato o addirittura a rinunciare alle cure nell’11 per cento dei casi, come ha raccontato La Stampa. «Ci vogliono in media due anni per una mammografia, un anno per una Tac – commenta il leader di Italia viva Matteo Renzi –. A fronte di questa follia, perché il governo Meloni ha detto no al Mes? Davvero l’ideologia sovranista viene prima della salute dei cittadini?».
Certo, un contributo significativo arriverà dal Piano nazionale di ripresa e resilienza che destina alla sanità italiana 15,6 miliardi, circa l’8 per cento dei 191,5 miliardi totali da investire fino al 2026. Anche su questo tesoretto, però, incombe l’erosione del deprezzamento della moneta. «Se si pensa ai costi di costruzione, l’inflazione comporta una “riduzione” della capacità di spesa», spiega il professor Gilberto Turati dell’Università Cattolica di Milano con un esempio utile a semplificare: «Fatto 100 il valore dei fondi del Pnrr, se prima costava 10 costruire un ospedale, potevo realizzarne 10». La conseguenza è evidente: «Ora con l’impennata dei prezzi lo stesso ospedale costerebbe 12: i miei fondi mi permetteranno di costruirne meno». —
La Stampa

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