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Sanità padovana, la fuga. I sindacati: «Carenza di personale, turni massacranti, riposi che saltano, reperibilità, lavoro in condizioni di scarsa sicurezza»

Almeno 800 richieste di mobilità presentate dai poco più di duemila infermieri che lavorano in Azienda ospedaliera. Un dato che, secondo i sindacati, da solo basta e avanza per raccontare del malessere che serpeggia in corsia. Carenza di personale, turni massacranti, riposi che saltano, reperibilità che si rivelano turni in piena in regola, il lavoro che si svolge in condizioni di scarsa sicurezza: sono queste le motivazioni a supporto della sfilza di lamentele che, ormai a cadenza quotidiana, le sedi sindacali raccolgono da parte del personale di comparto. Solo da inizio anno 50 infermieri si sono volatilizzati – vuoi per il pensionamento, vuoi per essersi licenziati – e non sono stati rimpiazzati. Il concorso per le nuove assunzioni è in corso adesso. Quando si dice la programmazione. Sul fronte degli operatori socio-sanitari la situazione non è molto migliore: la graduatoria da cui si “pescano” i nuovi ingressi è vecchia di otto anni. Risultato: uno degli ultimi “acquisti” dell’Azienda ospedaliera si è visto firmare il contratto all’età di 63 anni. «Ormai più che il nostro compito di sindacalisti ci troviamo a fornire supporto psicologico, ci sentiamo degli assistenti sociali» lo sfogo di Luigino Zuin e Luigi Spada della Uil, «la situazione è gravissima per il malessere lavorativo diffuso in questa azienda. Gli infermieri sono costretti a operare in condizioni di profondo disagio, per vari motivi. Spesso sono sottodimensionati rispetto alle mansioni richieste dal reparto. Le reperibilità, proprio per questo, si trasformano in turni a tutti gli effetti: nella piastra operatoria al primo piano del policlinico arrivano a coprire undici reperibilità al mese e già alcuni infermieri sono finiti in malattia. Spesso saltano i riposi e in alcuni reparti le condizioni di lavoro sono al limite. Solo qualche giorno fa» rivelano i sindacalisti, «abbiamo ricevuto l’ennesima segnalazione degli infermieri dell’Istar 3, la Rianimazione al piano terra del monoblocco, dove non sanno più come far fronte alla mole di lavoro: dalle 20 sono solo in quattro, più un operatore, con undici posti letto occupati, altri quattro attivati, due Ecmo (ossigenazione extracorporea, ndr), pazienti che salgono e scendono dalle sale operatorie, due che devono sottoporsi a dialisi e uno a camera iperbarica e tutti devono essere spostati da una barella all’altra in spazi angusti».Il disappunto dei sindacalisti è alimentato anche dal muro di gomma su cui rimbalzano gli sforzi per farsi latori delle istanze dei lavoratori verso la direzione dell’Azienda: «Ormai sembra di vivere in una bolla, con tutto quello che si dovrebbe fare per migliorare la situazione sotto innumerevoli punti di vista, non sta succedendo nulla» sottolinea Zuin, «questa Azienda è incantata, nemmeno di fronte a denunce circostanziate si prende alcun provvedimento. Dopo anni è stato installato il semaforo per evitare alle ambulanze il sottopasso, ma è ancora spento. Non parliamo del nodo parcheggi che rimane in tutta la sua drammaticità. Per la Terapia intensiva pediatrica hanno atteso che cascasse un topo dal soffitto per decidersi alla ristrutturazione, e nel frattempo è stata trasferita accanto alla sala operatoria della Clinica ginecologia, in una sistemazione a dir poco precaria. L’organizzazione dei reparti rimane un puzzle incomprensibile». Un esempio: Otorinolaringoiatria ha la sala operatoria al quarto piano, il pronto soccorso al sesto, il reparto al settimo e gli ambulatori divisi fra il piano terra del policlinico e il piano rialzato del monoblocco. In effetti si fatica a trovare un filo di razionalità in questa dislocazione. «Un centro ad altissima specializzazione come questo non può permettersi di trascurare alcun aspetto» aggiunge Spada, «l’eccellenza non si vede solo in sala operatoria, ma nella filiera intera del processo assistenziale». Il malessere è tanto e diffuso e sembra poggiare sulle stesse motivazioni che nel luglio di e due anni fa hanno portato allo sciopero. E sembra che le premesse per un autunno caldo non manchino. (Elena Livieri)

IL MATTINO DI PADOVA – Lunedì, 09 ottobre 2017

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