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Sanità, salta la prima trattativa: slitta il confronto tra Regioni. Veneto, in ballo 8,8 mld. Calabria e Campania vogliono più soldi

Coletto Zaia -1La strada che porta al finanziamento della sanità per il 2014 è in salita. La seduta di ieri della Conferenza Stato-Regioni, che avrebbe dovuto stabilire i criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale (109,9 miliardi, l’8% dei quali destinato al Veneto) si è infatti risolta in un’oretta, con un nulla di fatto. Tutto rimandato, ieri per l’assenza del presidente della Toscana, Enrico Rossi, ma in particolare perchè Campania e Calabria si sono impuntate nel reclamare più soldi e soprattutto il ritorno ai vecchi parametri di distribuzione delle risorse, dall’anno scorso sostituiti dai costi standard. Le due Regioni fanno parte del gruppo di otto in piano di rientro, perchè con il bilancio della sanità in rosso, insieme a Piemonte, Lazio, Abruzzo, Molise, Puglia e Sicilia. Oggi nuovo rinvio per “motivi tecnici”

Tutto rinviato alla prossima settimana. Il confronto tra la Regioni sul Patto della salute inserito all’ordine del giorno della Conferenza dei presidenti questa mattina, è stato rinviato alla prossima settimana. I motivi? Essenzialmente tecnici: è infatti prevista nei prossimi giorni una serie di incontri per completare l’istruttoria sui punti in discussione e arrivare quindi ad una posizione unitaria; inoltre sempre nei prossimi giorni andrà sciolto con il Governo il nodo relativo ai danni da trasfusione. Ulteriori tasselli da inserire quindi per completare il lavoro sul Patto. Ma non si esclude l’ipotesi che le imminenti elezioni europee possano far slittare ulteriormente il confronto. Ma una cosa è certa. L’obiettivo è chiudere i lavori entro la fine del mese per arrivare alla firma definitiva agli inizi del mese di giugno.

La partita deve essere chiusa entro la fine del mese altrimenti la palla passerà al Governo: “Se non chiudiamo subito, il Governo avoca a sé il riparto del Fondo sanitario nazionale. Questo è un fatto da scongiurare. È impensabile che le Regioni non decidano sul Riparto. Bisogna rispettare di quanto deciso sui Costi standard e premiare i virtuosi” dice il presidente del Veneto Luca Zaia.

Per quanto riguarda il Veneto, ha aggiunto Zaia “se saranno rispettati i presupposti che proponiamo, ossia i premiare la virtuosità e penalizzare quelli che non raggiungono gli obiettivi, potremmo firmare il Patto anche immediatamente. Ma visto e considerato che ci vuole l’unanimità siamo ancora qui a discutere”.

«La Calabria ha chiesto più soldi perchè sennò non riesce a mettere i conti a posto — spiega Luca Coletto, assessore alla Sanità e coordinatore nazionale dei colleghi, che ieri a Roma ha presenziato al tavolo insieme al governatore Luca Zaia e al segretario di settore Domenico Mantoan —. Invece la Campania pretende maggiori finanziamenti perchè dice di avere una popolazione giovane più numerosa. Ma a pesare sui Livelli essenziali di assistenza sono gli anziani. La verità è che l’intento delle Regioni in deficit è di tornare ai criteri storici di riparto del Fondo sanitario, ovvero la spesa pro capite secca, il famoso concetto della deprivazione, cioè della povertà, da tempo sostenuto dalle giunte del Sud e causa di lunghe discussioni e trattative fino al 2012, e addirittura la situazione epidemiologica. Ma se si vogliono uniformare le spese, come intende fare il ministero della Salute, è indispensabile mantenere i costi standard. Non vanno toccati».

Il Veneto, insieme a Umbria ed Emilia Romagna, lo scorso 5 dicembre è stata designata dal ministero Regione banchmark per la definizione dei costi standard, applicati per la prima volta nel 2013. «E i risultati si sono visti subito, non solo per il Veneto, che vanta un bilancio consuntivo 2013 caratterizzato da un utile di 40 milioni, ma anche per realtà prima in difficoltà — rivela Coletto —. Per esempio la Liguria, rientrata dal disavanzo, traguardo che sta raggiungendo anche la Sicilia, storicamente in rosso. Non possiamo tornare indietro, nonostante il Mezzogiorno continui a dirsi più povero per far valere le proprie ragioni. Temo che con tali presupposti le Regioni non arriveranno ad una proposta di riparto condiviso da presentare al ministro Beatrice Lorenzin. La quale ha già detto che in questo caso prevarrà il piano del suo dicastero, basato appunto sui costi standard».

Zaia dovrà affrontare il confronto con gli altri presidenti mantenendo la posizione. Al suo fianco le altre giunte virtuose, in particolare Lombardia, Liguria, Emilia, Umbria, Toscana e Marche. «Daremo battaglia perchè sia mantenuta l’applicazione dei costi standard», ha annunciato il governatore, che del resto l’anno scorso aveva battuto i pugni sul tavolo dei presidenti perchè il Veneto fosse scelto come Regione banchmark (era a parimerito con la Lombardia), minacciando di mandare a monte l’operazione in caso contrario. E dopo averla spuntata, aveva detto: «I costi standard si applicheranno da subito, anche se è possibile prevedere un atterraggio morbido per le Regioni con il bilancio della sanità in dissesto o comunque con particolari difficoltà».

La seconda vittoria il Veneto l’ha portata a casa il 19 dicembre scorso, riuscendo a strappare al riparto 2013, nonostante il solito braccio di ferro con il Sud, 8 miliardi e mezzo di euro. Ovvero 61 milioni in più del previsto. Oggi il terzo round della guerra.

Modello veneto per le gare d’appalto nella sanità italiana

Il Patto della Salute, in fase di discussione al tavolo romano che riunisce amministratori e manager regionali, recepirà le regole del Veneto in materia di gare d’appalto dei beni e servizi socio-sanitari. La decisione di estendere questo modello all’intero territorio nazionale, almeno nei suoi tratti essenziali, è giunta a conclusione di un confronto in sede ministeriale, preceduto dalla relazione tecnica di Domenico Mantoan, il vicentino che Luca Zaia ha voluto alla direzione generale della sanità nostrana. Ma di che stiamo parlando, in concreto? Il suddetto regolamento dei capitolati di gara è stato introdotto nel gennaio 2013, segnando una discontinuità su tre versanti. La durata temporale delle gare d’appalto, ridotta ad un massimo di 3 anni con opzione di rinnovo per altri 2, a fronte dei 9+3 precedenti, tuttora vigenti in alcune regioni. Il rapporto percentuale, ai fini del punteggio assegnato ai concorrenti, tra il prezzo e la qualità dell’offerta: 60% al primo, 40% alla seconda. Infine, la scelta di individuare come prezzo standard di riferimento il minore tra quelli pervenuti, decurtandolo del 5%.

La ratio di questi provvedimenti (che riformano in modo sostanziale la prassi precedente) risponde certo a obiettivi di risparmio per il sistema pubblico – l’anno scorso ha consentito alle casse di Palazzo Balbi una riduzione netta di spesa pari a 18 milioni – ma affronta anche la questione trasparenza; perché gli appalti limitati nel tempo riducono i rischi di posizione dominante (assicurando invece un ricambio fisiologico) mentre il ribasso dei prezzi richiesto per conseguire l’appalto «sgonfia» i margini «pericolosi» derivanti da una presunta e discrezionale qualità, il cavallo di Troia troppe volte utilizzato per racimolare «provviste» destinate all’illecito, le stesse che nella vicina Lombardia – è cronaca di questi giorni – hanno consentito alle imprese vocate alle tangenti di corrompere una dozzina di dirigenti delle aziende sanitarie, risultati – letteralmente – sul libro paga dei disonesti. Intendiamoci: queste precauzioni, di per sé, non rappresentano una barriera insormontabile al malaffare ma il governatore Zaia e l’assessore Luca Coletto le hanno ritenute utili in via preventiva ed il pool impegnato nel rinnovo del Patto della salute, che si tradurrà in un atto legislativo del Parlamento, ha deciso di farle proprie.

Divergenti, invece, le strade intraprese da ministero e Regione Veneto in materia di nomina dei direttori – generali, sanitari e amministrativi – delle aziende. Beatrice Lorenzin, commentando i recenti scandali, ha sostenuto che «l’attuale metodo di arruolamento di primari e manager della sanità è totalmente falsato dall’ingerenza politica», annunciando la volontà di istituire un “concorsone nazionale” gestito dal ministero che selezioni i candidati di tutta Italia e, da un unico elenco, li redistribuisca sui territori. La scelta non è affatto piaciuta a Palazzo Balbi («Perché dobbiamo cedere le nostre competenze al centralismo romano?», la prevedibile obiezione) che ha giocato d’anticipo. Otto giorni fa è la sanità ha bandìto un concorso nazionale, con nomina regionale però, destinato al rinnovo dei manager attuali, in scadenza il 31 dicembre 2015; prevede un contratto quinquennale e, secondo i dettami della legge Balduzzi, non potrà essere revocato né modificato da successive normative nazionali.

Corriere Veneto, Quotidiano sanità e Mattino di Padova – 15 maggio 2014

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