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Sanità, tutti risparmi possibili. Ma Senato si occupa d’altro

I dati sono disponibili, ma il senato preferisce occuparsi di riforme istituzionali. La spending review è un tema che non interessa il Parlamento.

Ieri i senatori di Pdl e Lega hanno votato a maggioranza un calendario che prevede ancora due settimane di discussione sulle riforme costituzionali mentre solo un giorno, giovedì prossimo, sarà dedicato alla proposta sugli sprechi. Il semipresidenzialismo (che non entrerebbe in vigore prima del 2018 anche se superasse il referendum) per la rinnovata maggioranza di centrodestra è più importante del taglio di 7 mila posti letto negli ospedali. Che anche il governo prova ad ignorare: “Il decreto sulla spending review mantiene inalterato il livello sia qualitativo che quantitativo dei servizi sanitari erogati ai cittadini” ha detto il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, raccogliendo un coro di critiche bipartisan. “Ci sono una serie di dati di cui il ministro deve tener conto – ha spiegato il presidente della commissione parlamentare di inchiesta sull’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale, Ignazio Marino – l’Italia avrà 3,7 posti letto ogni 1000 abitanti contro il 5,2 di media europea. Dal 97 al ’12 siamo scesi da 250.442 posti letto per acuti’ (infarti, emorragie, ecc.) a 186.924 senza un coerente aumento di letti per lungodegenze e riabilitazioni. In questo caso finiremo per stabilire per censo chi sarà degno di guarigione chi no”.

CONTRO I TAGLI lineari – che Grilli ha negato – si sono scagliate le regioni “virtuose” che non vogliono subire lo stesso trattamento di chi ha il bilancio della Sanità in rosso. Non solo. Un taglio che determina un recupero

immediato di crediti rischia di peggiorare la situazione. Ma in così breve tempo si può razionalizzare la spesa? “Certo – assicura Marino – l’Osservatorio per i contratti pubblici ha rilevato una serie di dati sul costo medio dei dispositivi medici e dei servizi e su quanto si potrebbe risparmiare. Serve un lavoro raffinato ed è necessario farlo”. Dai dati citati si evince che un’endoprotesi vascolare per estensione aortica biforcata costa in media 2.152.50 euro, contro il prezzo di riferimento di 1.765,50. A Palermo, per esempio, la media è di 1595 euro ogni dispositivo. Uno stent coronarico rivestito costa invece in media 1.027 euro contro i 217,50 di riferimento. Ma la differenza possono farla anche delle semplici siringhe: 0,02 centesimi il prezzo di riferimento, più di 0,3 quello medio. “Al netto di una scelta qualitativa – spiega ancora Marino – i prezzi potrebbero essere controllati con una revisione puntuale dei costi. Ma è chiaro che a una Regione che paga uno stent 217 euro e a un’altra che lo paga 2 mila non si può chiedere la stessa riduzione del 5%”. Uno degli emendamenti del Partito democratico alla spending review riguarda le auto blu delle aziende sanitarie locali: “Questa vicenda è la chiara dimostrazione del taglio grossolano – conclude Marino – nessuno di noi può essere contrario al taglio delle auto blu, e ma di quelle affidate alle Asl, 2400 sono per i manager e vanno immediatamente cancellate, ma altre 16 mila servono per il trasporto degli assistiti. Ad oggi sono dimezzate, ma è ovvio che ridurremmo uno dei servizi fondamentali che lo stato offre ai cittadini. Marino discuterà oggi del decreto e del merito nel sistema sanitario nazionale nel convegno organizzato a Roma dal think tank “I think”.

Il Fatto quotidiano – 19 luglio 2012

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