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Scopri quanto è povera la tua pensione. L’Inps ha sollevato il velo sugli assegni che prenderanno i lavoratori di oggi quando si ritireranno. E le sorprese sono pessime per tutti o quasi

Che le pensioni dei giovani di oggi saranno magre lo si sa. “l’Espresso”, col consenso degli interessati, lo ha verificato sul campo, utilizzando il sistema di simulazione che l’Inps ha aperto da pochi giorni sul suo sito Web. Nonostante il meccanismo dell’Inps consideri una rivalutazione del Prodotto interno lordo e delle remunerazioni dell’1,5 per cento (come previsto dalle previsioni della Ragioneria generale dello Stato), i risultati emersi sono allarmanti, specie per chi sbarca il lunario con occupazioni precarie e intermittenti.

di Maurizio Maggi e Gloria Riva, Camilla (nome di fantasia ma persona in carne e ossa, al pari degli altri casi raccontati e raffigurati in queste pagine): ha 29 anni, fa la commessa nel negozio del babbo a Monza, oggi guadagna poco meno di 1.200 euro lordi e quando potrà andare in pensione (nell’anno 2056) il suo assegno sarà di 1.355 euro lordi mensili, che ne varranno però poco più di 900 di oggi – sempre lordi – calcolando gli attuali tassi d’inflazione.

Cosa diavolo si potrà permettere con quei soldi la settantenne brianzola? Per intascare la pensioncina, tra l’altro. Camilla dovrà lavorare con continuità per altri 41 anni e dovranno rivelarsi azzeccati i pronostici della Ragioneria generale dello Stato, secondo la quale gli stipendi sono destinati a crescere dell’1 ,5 per cento l’anno, e così pure il Prodotto interno lordo. In bocca al lupo. A Camilla come stanno le cose lo abbiamo detto noi: lei ancora non c’è andata sul sito Web dell’Inps dove dal primo maggio gli under 40 possono già scoprire quando e con quanti quattrini – suppergiù – per loro sarà possibile andare in pensione. Lo ha fatto “l’Espresso”, per lei e diversi altri lavoratori, calcolando poi a quanto equivarrà realmente, con l’inflazione, l’assegno che percepiranno. Prendiamo la 37enne molisana Maria che è laureata, fa l’operaia alla Fiat dal 2004 e guadagna 1.566 euro lordi al mese: se tutto andrà bene (cioè se lei conserverà il posto di lavoro e il Pii italiano sarà in crescita) potrà andare in pensione nel 2047 con un assegno che nominalmente sarà di 2.644 euro lordi ma in realtà ne varrà circa 1.923 (sempre lordi). La rivoluzione arancione è in arrivo e agiterà i sonni di milioni di futuri pensionati.

Nel Nord Europa gli istituti pensionistici inviano ogni anno a casa degli interessati una busta colorata che contiene le stesse informazioni ottenibili oggi sul sito Inps. Tito Boeri, il presidente fortemente voluto da Matteo Renzi, da economista era un feroce sostenitore della pratica nata in Svezia, e appena arrivato alla guida della previdenza tricolore ha lanciato la sfida. L’obiettivo è far sapere ai giovani che la loro pensione sarà ben diversa da quella di nonni e genitori. I quali, smettendo di sgobbare, hanno percepito immediatamente un assegno grosso modo uguale all’ultimo stipendio.

Il vecchio capo dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, la pensava diversamente. «Se dovessimo dare la simulazione ai parasubordinati, rischieremmo un sommovimento sociale», disse nell’ottobre 2010 a margine di un convegno, salvo poi smentire. Tre anni più tardi, quand’era ministro del Lavoro, anche Elsa Fornero si schierò, diciamo così, con la “beata ignoranza”: «Se inviassimo oggi la busta arancione a un giovane di 35 anni, daremmo un messaggio di allarme e il governo non vuole aumentare l’incertezza». Una “delicatezza” nei confronti delle nuove leve che la Corte Costituzionale non ha avuto, scatenando una sorta di guerra generazionale, nel bocciare pochi giorni fa il blocco agli aumenti delle pensioni. Norma che proprio la Fornero aveva introdotto in uno dei momenti più drammatici della politica italiana. Ora l’ex ministro che non voleva far preoccupare i ragazzi se la prende con la Consulta, che «rischia di far pagare il conto alle giovani generazioni».

LA DOCCIA FREDDA DEGLI UNDER 40 Sulla Corte Costituzionale spara a zero pure l’economista Mauro Mare, presidente di Mefop, centro studi previdenziale controllato dal ministero dell’Economia: «Soloni che vivono in una bolla di vetro, senza percepire il rischio di ampliare la frattura tra generazioni. Si appellano a “proporzionalità e adeguatezza” delle pensioni, senza considerare che spesso quelle calcolate con il metodo retributivo consentono ai pensionati d’intascare molto più di quanto hanno versato quando lavoravano».

Chiara, 32 anni, formatrice romana, organizza i viaggi degli allievi e fa la tutor. Viene licenziata e riassunta ogni anno, così resta nel limbo del contratto a tempo determinato, intasca un mensile netto di poco superiore ai mille euro e versa pochi contributi. Andrà in pensione nel 2053 con un assegno di 2.222 euro, con il 78,3 per cento dell’ultimo stipendio: con l’inflazione varranno poco più di 1.550 euro di oggi. Sul sito dell’Inps risultano cinque anni di “buco”, perché in quel periodo ha lavorato in Spagna per una multinazionale della moda. «Per come stanno andando le cose, non credo proprio che arriverò alla cifra che mi segnalate voi, perché nel mio settore le rivalutazioni sono ferme al palo. Sto pensando di andarmene all’estero, forse in Francia».

Scoprire quanto magra sarà la pensione è una doccia fredda per quasi tutti. Tito Boeri però ritiene fondamentale mettere in guardia giovani e meno giovani. Ha cominciato con quelli sotto i 40 anni, che possono accedere alla sezione “La mia pensione” sul sito dell’Inps, verificare tutti i contributi versati finora e anche modificare i parametri. Magari ipotizzando una crescita del Pil inferiore ali’1,5 percento – tra il 2007 e il 2014 il Pil, d’altronde, è calato del 9 per cento – o qualche mesata senza intascare il becco d’un quattrino, piuttosto che calcolare di quanto si ridurrà l’assegno mollando il lavoro prima di aver raggiunto il limite di età per la pensione di vecchiaia. In dieci giorni, in 400 mila hanno visitato il sito. Dal primo giugno 2015 questa opportunità ce l’avrà anche chi ha tra i 40 e i 50 anni, e un mese dopo l’accesso sarà per tutti. O quasi. Dovranno infatti attendere il 2016 i dipendenti pubblici e coloro che versano i contributi nelle gestioni separate dell’Inps; come, per esempio, le partita Iva e chi è ingaggiato con contratti a progetto (gli ex co.co.co.), insomma i cosiddetti “parasubordinati”. Paradossalmente, quella degli atipici è una delle gestioni col disavanzo migliore. Nel 2013, sottolinea “II bilancio del sistema previdenziale italiano” di Alberto Brambilla, il saldo attivo della gestione dei lavoratori parasubordinati è stato di 6,7 miliardi di euro: i versamenti sono stati pari a 7,3 miliardi, le prestazioni erogate hanno superato di poco il mezzo miliardo. Come mai? La causa è la ristretta platea degli aventi diritto – pari a un quinto di quanti sganciano i contributi – visto che la gestione è cominciata nel marzo del 1996. Ed è molto basso, inferiore ai 2 mila euro all’anno, l’importo medio erogato.

PUNITO CHI HA INIZIATO PRESTO Dal prossimo mese di settembre la busta arancione vera e propria – che forse non sarà esattamente di quel colore – comincerà ad arrivare nella casella postale di quelli che sono, a vario titolo, dipendenti di un’impresa e che non hanno richiesto il pin (il codice personale) per navigare e informarsi sul sito Inps. «Altro che battaglie NoExpo, fossi un giovane scenderei in piazza contro il sistema del welfare, assistenziale e garantista con gli anziani, intransigente verso i giovani, che prenderanno pensioni da fame, senza alcun aiuto dallo Stato e dovranno sgobbare per parecchi anni», tuona Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, il centro studi che ogni anno analizza i conti Inps. Dice Brambilla che, su oltre 16 milioni di pensionati, il 52,2 per cento beneficia di maggiorazioni sociali e integrazioni al minimo a carico della fiscalità generale. «In 66 anni di vita costoro non sono riusciti a versare neppure 15 anni di contribuzione regolare e ricevono un aiuto dallo Stato, che i giovani non riceveranno perché quelle integrazioni non esisteranno più», incalza l’economista. Eppure i lavoratori che “l’Espresso” ha condotto per mano alla scoperta del proprio inquietante domani pensionistico più che indignati paiono in cerca di una via di fuga. Oltre ai parecchi che pensano di emigrare, c’è chi sogna di fondare una start-up e chi vuoi aprire un bed & breakfast.

Tipo Diego, 37 anni veronese che aggiusta le caldaie e vede il traguardo-pensione a quota 69. Dopo aver sgobbato 51 anni. «Scherzate?», domanda sbigottito. Tutto vero, perché la riforma Fornero ha eliminato la distinzione fra pensione di vecchiaia e di anzianità, e in futuro non conteranno più gli anni di lavoro ma solo l’età anagrafica. Un siluro per chi è entrato nel mondo del lavoro presto. L’operaio scaligero aveva 18 anni, quando ha indossato per la prima volta la tuta blu. Se vorrà, nel 2043 potrà chiedere la pensione anticipata, decurtata del 20 per cento: poco più di 920 euro lordi, contro i 1.612 che percepirebbe lavorando altri quattro anni (pari comunque a 1.172 attuali). «Sto valutando le alternative, non so se a 70 anni riuscirò ancora a fare ‘sto mestiere. Comunque, se avessi saputo che andava così, avrei cominciato a lavorare a 40 anni», ironizza.

«Per i giovani questo è un disastro sociale», spiega Felice Roberto Pizzuti, docente di Politica economica alla Sapienza di Roma: «Con lavori sempre più precari e a singhiozzo, ovviamente la continuità dei versamenti va a farsi benedire, provocando buchi contributivi che influenzeranno assai la pensione», dice il professore. Che s’infervora ancora di più quando punta il grilletto contro le mini-aliquote: «Ci sono dei quarantenni che per anni hanno versato il 12 per cento, perché alte di reddito, i pensionati che con il vecchio metodo retributivo hanno portato a casa un reddito lontano dai contributi effettivamente versati.

Una manovra delicata, perché nell’idea di Renzi vanno centrati due obiettivi non facili da tenere insieme: l’inevitabile equilibrio dei conti pubblici, certo. E al tempo stesso non abbandonare il ceto medio, il blocco sociale di riferimento conquistato un anno fa con il decreto sugli 80 euro e con le elezioni europee, tutelare ceti più bassi da non consegnare alla vigilia del voto regionale all’area della rabbia o della protesta, a Beppe Grillo e a Matteo Salvini, non inseguire soluzioni da governo tecnico, non dimenticare mai che quello di Renzi è un governo politico che guarda al consenso. Per questo la necessità, l’obbligo di restituire i soldi perduti in questi tre anni nei piani di Renzi va capovolta nella possibilità di dare un segnale alla platea di chi finora era rimasto escluso dal bonus di un anno fa. I pensionati più poveri, con pensioni inferiori ai duemila euro al mese, cui rimborsare una cifra che potrebbe avvicinarsi ai mitici 80 euro al mese, quasi a mantenere la promessa fatta da Renzi nel 2014, gli 80 euro anche per i pensionati (e per le partite Iva). In un secondo momento intervenire sulle disparità più clamorose, sulle pensioni più ricche e più lontane dai contributi effettivamente versati. Ma per questa misura, forse, è meglio rimandare tutto a dopo il voto regionale. così stabiliva la norma.

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Da L’Espresso – 15  maggio 2015 

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