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L’intervento. Nel perenne conflitto tra Stato e Regioni sfuma il rinnovo del «Patto per la salute» e diventa evanescente l’idea di Repubblica

di Nino Cartabellotta (presidente Fondazione Gimbe). Era il 15 novembre 2012 quando, in un assordante silenzio di Governo e Regioni, scadeva l’ultimo termine per sottoscrivere il Patto per la salute 2013-2015, determinando, senza alcuna mediazione delle Regioni, l’applicazione delle misure di contenimento della spesa che hanno sottratto al Ssn oltre 30 miliardi di euro.

Da allora, il rapido avvicendarsi di tre esecutivi in assenza di programmazione sanitaria e l’entità-rapidità dei tagli hanno causato uno sconquasso senza precedenti nella sanità pubblica, tanto da indurre Camera e Senato ad avviare in parallelo due indagini sulla sostenibilità del Ssn.

Il 10 luglio 2014 s’intravede la luce fuori dal tunnel: Governo e Regioni sottoscrivono il nuovo Patto per la salute che definisce la programmazione sanitaria e fissa le risorse per la sanità pubblica per il triennio 2014-2016 con due fondamentali precisazioni.

Con la prima – «salvo eventuali modifiche che si rendessero necessarie in relazione al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica e a variazioni del quadro macroeconomico» – non si esclude la possibilità di nuovi tagli per esigenze di finanza pubblica. Con la seconda – «i risparmi derivanti dall’applicazione delle misure contenute nel Patto rimangono nella disponibilità delle singole Regioni per finalità sanitarie» – il Patto per la salute lancia tra le righe il principio di disinvestimento (da sprechi e inefficienze) e riallocazione (in servizi essenziali e innovazioni), precisando che quanto recuperato dalle Regioni in ambito sanitario non deve essere “distratto” ad altri settori.

Dalla sottoscrizione del Patto per la salute sono trascorsi ben 10 mesi che hanno visto progressivamente scadere moltissimi adempimenti sotto il segno di “no money, no Patto”.

– 16 ottobre 2014. Viene approvata la legge di Stabilità che non prevede “ufficialmente” tagli alla Sanità, ma chiede alle Regioni di recuperare 4 miliardi. Si riaccende il conflitto istituzionale tra Governo (che non consente sconti) e Regioni (che ritengono “tradito” il Patto).

– 4 febbraio 2015. Il ministro Lorenzin svela le carte sui nuovi Lea, ma se la scadenza prevista dal Patto per la salute è “quasi rispettata”, il tanto sospirato aggiornamento atteso da 14 anni è accolto da un inquietante silenzio.

– 26 febbraio. Dopo oltre 4 mesi di consultazioni le Regioni, incapaci di formulare una proposta univoca per recuperare i 4 miliardi chiesti dalla legge di Stabilità, rinunciano all’incremento del fondo sanitario di oltre 2 miliardi previsto dal Patto per la salute per il 2015. Complessivamente si tratta di 2,637 miliardi: 2 per le Regioni ordinarie, 352 milioni per quelle a statuto speciale e 285 milioni per l’edilizia ospedaliera. La decisione su “dove tagliare” viene rimandata al 31 marzo.

– 2 aprile. L’aria pasquale distende le parti e Governo e Regioni vanno verso l’accordo: la fetta più consistente dei tagli dovrebbe riguardare beni, servizi e dispositivi medici; poi farmaceutica tra prezzi di riferimento, scadenza brevetti e diminuzione del fondo per territoriale e ospedaliera; prestazioni specialistiche e di riabilitazione inappropriate; riduzione delle strutture semplici e complesse; ricoveri nelle cliniche con meno di 40 posti letto.

– 16 aprile. Le Regioni ci ripensano e chiedono nuove modifiche al testo dell’intesa, il cui accoglimento è condicio sine qua non per la firma dell’accordo.

– 23 aprile. Governo e Regioni definiscono la nuova proposta d’intesa, ma l’accordo slitta al 29 aprile.

-29 aprile. Ennesima fumata nera, ufficialmente per il concomitante voto di fiducia sull’Italicum. Appuntamento tra una settimana, ma visti i precedenti, sarebbe più dignitoso evitare di annunciare altre scadenze.

Nel corso di questi mesi il ministro Lorenzin ha difeso con le unghie e con i denti il Patto per la salute, rilevando che i veri risparmi in sanità dipendono dall’applicazione delle misure ivi contenute; si è ripetutamente scagliata contro le Regioni definendole “irresponsabili” per aver rinunciato ai due miliardi e ne ha criticato le solite proposte di tagli lineari.

Il presidente Chiamparino, portavoce di una “Conferenza Unificata” nel nome, ma di fatto troppo eterogenea per decidere della salute dei cittadini – ha dichiarato che «quest’anno ce la possiamo fare, ma se il prossimo anno non ci sarà un adeguamento delle risorse, il rischio che saltino alcuni servizi sarà reale», dimenticando che molte Regioni in questi anni hanno ripetutamente infilato un “triplete” unico: inadempimento dei Lea, conto economico-finanziario negativo e mobilità passiva elevata.

Il presidente Renzi – poco incline a parlare di sanità – ha invitato a ridurre le numerose Asl di una Regione virtuosa (non a caso governata da un partito all’opposizione) scatenando le reazioni del governatore Zaia e rilanciato il tormentone delle siringhe, prontamente etichettato dalla Lorenzin come “falso problema”. Il Mef, dal canto suo, interessato solo a recuperare il vil denaro, si è ben guardato dall’intervenire.

La cronistoria e le dichiarazioni dei protagonisti confermano, oltre ogni ragionevole dubbio, che stiamo assistendo a uno spettacolo patetico che, oltre a delegittimare le Istituzioni, fomenta un conflitto tra poli indeboliti, con compromessi sempre più al ribasso.

E inevitabilmente scarica le conseguenze del conflitto su aziende sanitarie e professionisti, ma soprattutto su pazienti e famiglie delle fasce socio-economiche, in particolare quelli residenti nelle Regioni del Centro-Sud.

Il ministro Lorenzin ha dichiarato – aprendo la recente kermesse “Falsi Miti e Vere Eccellenze” – che «Non ci possono essere in Italia 20 sanità diverse, la nostra salute non può dipendere dalla città in cui nasciamo». Se l’affermazione è condivisibile da 60 milioni di cittadini, bisogna ricordare alla coraggiosa ministra che i suoi desiderata dipendono anche dalle riforme che l’esecutivo di cui fa parte stanno portando avanti.

Infatti, con l’attuale formulazione dell’articolo 117 del Titolo V – approvata in prima lettura alla Camera – lo Stato non recupera affatto il diritto a esercitare i poteri sostitutivi nei confronti delle Regioni inadempienti nell’attuazione dei Lea, sia perché la legislazione esclusiva riguarda solo la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali – ma non quelli sanitari – che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, sia perché la clausola di salvaguardia non include la tutela della salute.

Se l’articolo 32 affida alla Repubblica la tutela del diritto fondamentale alla salute, ecco perché il conflitto istituzionale Stato-Regioni, non ha solo paralizzato il Patto per la salute, ma ha reso sempre più evanescente il concetto di Repubblica, a dispetto delle rassicuranti parole pronunciate dal Presidente Mattarella il giorno del suo insediamento.

Sanità 24 – 15 maggio 2015 

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