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Sentenza pensioni, scoppia il caos rimborsi. ipotesi: restituzione per i redditi fino a 3 mila euro. La Consulta: è autoapplicativa «Non servono i ricorsi»

«Pensiamo a misure che minimizzino l’impatto sui conti pubblici, nel pieno rispetto della Corte». Così il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan è tornato a spiegare la strategia del governo sul caos pensioni. Ma da fonti vicine alla Corte costituzionale che ha bocciato il blocco delle indicizzazioni sulle pensioni del governo Monti, è arrivato in serata il chiarimento: la sentenza è immediatamente applicativa e tecnicamente non servirà un ricorso per ottenere i rimborsi.

A riaccendere il caso, nel pomeriggio di ieri, era stato Enrico Zanetti, sottosegretario all’Economia, dicendo quello, che in fondo, qualcuno sospettava già da giorni: «Il governo è a lavoro ma è impensabile rimborsare chi ha pensioni fino a sei-otto volte la minima» ha detto il vice di Padoan. I numeri della Cgia gli danno ragione: «Il mancato adeguamento Istat disposto dal governo Monti con il “salva Italia” che non riconosceva la rivalutazione per gli anni 2012-2013 degli assegni di importo superiore di tre volte il trattamento minimo e dichiarato incostituzionale dalla Consulta — hanno fatto sapere gli artigiani di Mestre — costerà all’Italia oltre 16,6 miliardi di euro». La manovra di Monti del 2011, tanto per dare un’idea, era di 30 miliardi lordi, 20 netti. Che la sentenza della Corte costituzionale potesse non essere una passeggiata, il governo lo aveva messo in conto. Tanto che il viceministro dell’Economia Enrico Morando aveva detto: «Ancora non abbiamo effettuato i calcoli ma è chiaro che la sentenza ha conseguenze rilevanti sul bilancio pubblico».

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan aveva subito escluso che il governo stesse pensando a una manovra di aggiustamento dei conti per rimediare al colpo sulle finanze pubbliche inferto dalla decisione della Consulta. Ma aveva anche garantito la ricerca di una soluzione «rispettosa della sentenza» ma che minimizzasse «i costi per la finanza pubblica». Frasi ribadite dallo stesso Padoan ieri, dopo che fonti di Palazzo Chigi avevano voluto sottolineare che quanto detto dal sottosegretario Enrico Zanetti era stato espresso a nome di Scelta civica e non dell’esecutivo. Valgono insomma, il messaggio indiretto, le parole del ministro. Su cui poi, in serata, è tornato lo stesso Zanetti: «La rivalutazione delle pensioni andrà a scalare con l’aumentare dell’assegno. La mia posizione è la posizione di uno dei tre partiti che sostiene la maggioranza, non c’è antitesi con quanto detto da Padoan».

Ma come se non bastasse, dopo la Consulta, a suonare il campanello di allarme, ci ha pensato anche Bruxelles: «La Commissione sta aspettando la decisione del governo italiano per applicare la sentenza della Corte costituzionale e ne valuterà l’impatto. Un impatto — ha sottolineato — che non dovrebbe avere effetti sull’impegno dell’Italia nell’ambito del patto di Stabilità. La sostenibilità di lungo periodo delle finanze pubbliche italiane dovrebbe restare una priorità». Come questa priorità potrà conciliarsi con il rispetto della sentenza della Corte costituzionale, è ancora tutto da vedere.

Ecco le ipotesi: restituzione per i redditi fino a 3 mila euro Gli adeguamenti a partire da 1.500 euro. Costo a regime di 5 miliardi l’anno

Per capire perché stia prendendo quota l’ipotesi del «non rimborsare tutto a tutti» bisogna partire dalla riunione di ieri al ministero dell’Economia. I conti sul tavolo dicono che la sentenza della Corte costituzionale, che ha bocciato il blocco della rivalutazione delle pensioni introdotto dal governo Monti, costerebbe non solo 10 miliardi di euro per chiudere i conti con il passato. Ma anche 5 miliardi di euro l’anno da qui in avanti. Un peso non sostenibile, anche considerando che quei 5 miliardi di euro sono lordi e quindi in parte tornerebbe indietro allo Stato sotto forma di tasse. Sono comunque troppi. Da qui l’idea di introdurre diversi scaglioni di rimborso, restituendo ad alcuni molto, ad altri poco, ad altri niente. Il meccanismo, però, sarà più complesso di quello immaginato a inizio settimana.

Lo schema di partenza è il correttivo pensato dal governo Letta, che l’anno scorso ha addolcito il blocco della rivalutazione. Per le pensioni fino a tre volte il minimo, poco meno di 1.500 euro lordi al mese, non cambia nulla perché il blocco non c’era e non ci sarà. Estendere al passato il correttivo Letta significherebbe prevedere un rimborso del 95% per le pensioni fra le tre e le quattro volte il minimo Inps, all’ingrosso fra 1.500 e 2 mila euro lordi al mese. Del 75% per lo scaglione fra i 2 mila e i 2.500 euro, del 50% fra i 2.500 e i 3 mila euro. Senza restituire nulla a chi è sopra i 3 mila euro lordi al mese.

Dai primi calcoli, però, sembra chiaro che la semplice estensione di questo schema non basterebbe. È possibile che la soglia della restituzione zero venga alzata intorno ai 3.500 lordi al mese. E che il blocco della rivalutazione venga confermato anche per il futuro ma per un periodo di un paio di anni, non di più, altrimenti sarebbe bocciato sempre dalla Corte costituzionale perché misure di questo tipo devono essere temporanee. Ma è molto probabile che le percentuali di rimborso per gli scaglioni intermedi siano molto più basse. C’è un altro nodo da sciogliere, però. Tecnico ma fondamentale. Nel correttivo del governo Letta le percentuali di rivalutazione si applicano non a quella parte della pensione che supera una certa soglia ma a tutto l’assegno. Per capire: con una pensione da 1.600 euro la rivalutazione al 95% riguarda tutti i 1.600 e non solo i 100 euro che superano la soglia dei 1.500. Il pensionato prende un po’ di meno, lo Stato risparmia un po’ di più. Ma, nella stessa sentenza con la quale ha bocciato la scelta del governo Monti, la Corte costituzionale ha sollevato qualche dubbio su questa tecnica. E ha sottolineato come si «discosti in modo significativo dalla regolamentazione precedente», che di solito aumenta il prelievo solo sulla «parte eccedente».

Seguire la stessa strada consentirebbe di limitare il costo dell’operazione. Ma potrebbe portare, magari fra qualche anno, a un’altra bocciatura. Prima però c’è l’emergenza da tamponare. Presto arriverà in consiglio dei ministri il decreto legge che, di fatto, bloccherà i ricorsi in attesa che vengano definiti costi e dettagli. La soluzione vera è rinviata a dopo le regionali di fine maggio.

Brambilla: ma sarebbe iniquo decidere a chi sì e a chi no I fondi? Si possono trovare

«Sulle pensioni la politica ha già fatto abbastanza pasticci, per esempio aumentando le tasse sulle casse privatizzate e sui fondi pensione, adesso spero che non ne faccia altri, non adempiendo come si deve alla sentenza della Corte costituzionale sulla perequazione delle pensioni». Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali ed ex capo del Nucleo di valutazione sulle pensioni del ministero del Lavoro, è molto preoccupato.

Perché?

«Perché sento dire strane cose. Tipo che non si dovrebbero rimborsare i pensionati con l’assegno più alto. Sarebbe un errore. Vogliamo continuare a penalizzare queste persone, che hanno versato alti contributi per tutta la vita, e premiare milioni di pensionati al minimo che, anche se hanno un assegno basso, hanno versato meno di 15 anni di contributi o non ne hanno versati affatto?».

Ma restituire tutto a tutti costerebbe 9-10 miliardi almeno, secondo prime stime.

«Mi rendo conto che si tratta di una spesa forte. Ma escludere dal rimborso, per esempio, un ex dirigente d’azienda andato in pensione nel 2000, vorrebbe dire penalizzare di nuovo la stessa persona. Che prende di pensione la metà di quanto prendeva di stipendio, a causa del meccanismo di calcolo retributivo, che, sopra i 44 mila euro, vedeva scendere drasticamente il coefficiente di rendimento. Poi, da pensionato, ha subito contributi di solidarietà, precedenti deindicizzazioni e paga pesanti addizionali Irpef regionali e comunali, a differenza dei pensionati al minimo. Vogliamo tagliargli ancora il potere d’acquisto, per un errore del governo Monti?».

Fu una decisione dettata dall’emergenza finanziaria.

«Certo, lo so che criticare è più facile che governare. Ma il governo era stato avvertito del forte rischio di incostituzionalità di quella misura».

Dove troverebbe i soldi per restituire tutto a tutti?

«Guardi, facciamo una premessa. In un sistema a ripartizione, cioè dove le pensioni vengono pagate con i contributi dei lavoratori, il metodo di calcolo, anche se contributivo, non assicura di per sé l’equilibrio. È comunque necessario che ci sia una sufficiente base occupazionale. Per stare tranquilli dobbiamo aumentare il numero di lavoratori. Se fossi un pensionato e mi chiedessero un piccolo contributo per sgravare in modo permanente le assunzioni di giovani, sarei d’accordo. Ma dovrebbe essere un contributo su tutte le pensioni, non sempre sui soliti noti».

Il 12 maggio, in piazza del Plebiscito a Napoli, si apre la Giornata della previdenza organizzata da Itinerari previdenziali. Quali le novità?

«I cittadini potranno ottenere da noi la simulazione della loro pensione. Per ora l’Inps la fa ai lavoratori con meno di 40 anni. Noi invece, anche grazie al conto contributivo fornito dallo stesso ente nella nostra manifestazione, potremo fare, insieme con l’Inps, il calcolo a tutti e sotto diversi scenari macroeconomici, per vedere per esempio che succede se il prodotto interno lordo, invece di aumentare dell’1,5% all’anno come prevede lo scenario base del governo, sale solo dello 0,5%. Molti, purtroppo, scopriranno che la pensione sarà più bassa di quanto speravano».

Enrico Marro – Il Corriere della Sera – 7 maggio 2015 

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