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Sindacalisti e politici al comando. Così è stato occupato l’Inps. L’indipendenza è il requisito necessario al successore di Mastrapasqua

E adesso? C’è solo da sperare che il caso di Antonio Mastrapasqua sia servito di lezione. Perché dopo le dimissioni del controverso presidente dell’Inps è necessario non ripetere gli stessi errori. Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha annunciato cambiamenti radicali nella governance del più grande istituto previdenziale italiano. Ma certo la prima cosa da fare, se si vuol dare seriamente seguito a quel proposito, è spezzare quell’abbraccio fra la politica e il sindacato che da troppi anni soffoca l’Inps.

Stiamo parlando di un ente con 30 mila dipendenti cui sono legate 40,7 milioni di vite: il 68 per cento della popolazione italiana. Versano contributi all’Inps 23,4 milioni di lavoratori, pari all’82 per cento di tutti gli occupati. E ogni mese 16 milioni di pensionati incassano l’assegno, grande o piccolo che sia. Nel 2012 l’istituto ha pagato pensioni per 261,3 miliardi, una cifra pari al 15,9 per cento del Prodotto interno lordo. Inevitabile ricordare che i denari gestiti dall’Inps non sono di nessuno, ma dei lavoratori. Così non si può dimenticare che l’istituto ha un ruolo decisivo per assicurare la tenuta sociale del Paese, visto che si occupa dei più deboli: poveri, invalidi, cassintegrati. Ogni anno oltre 4,4 milioni di persone ricevono dall’Inps sussidi che consentono loro di sopravvivere.

Sarebbe sufficiente questo per far comprendere quale responsabilità ricade sulle spalle di chi deve scegliere il suo presidente. E perché chi si trova al timone di una cosa del genere non può avere altri dieci incarichi, ma nemmeno essere prigioniero di un partito, di un protettore politico, oppure di un sindacato. Come invece purtroppo è avvenuto finora. Si potrebbero poi aggiungere altri dettagli che rendono ancora più lampante la delicatezza della materia. Per esempio il fatto che l’Inps abbia la più grande banca dati del Paese, costruita quando era direttore generale Gianni Billia. Un inestimabile patrimonio di informazioni: tanto fondamentale anche per la caccia all’evasione quanto appetitoso per le imprese del settore informatico, considerando che ogni anno la spesa dell’istituto di previdenza si aggira intorno ai 250 milioni di euro. Senza dire dell’enorme patrimonio immobiliare, prima dimagrito con le cartolarizzazioni, quindi rimpolpato con l’assorbimento dell’Inpdap: e si sa quanto potere, ma anche quante tentazioni, possa offrire in Italia una cosa del genere. Le cronache di Affittopoli raccontano di legioni di politici e sindacalisti beneficiati dai mattoni degli enti previdenziali.

Se la presenza dei sindacalisti all’interno dell’Inps ha una sua logica, legata al fatto che l’istituto gestisce i soldi dei lavoratori e dunque è giusto che questi esercitino il controllo attraverso i propri rappresentanti, è anche vero che negli anni abbiamo assistito a non poche degenerazioni. Dal ruolo di controllore a quello di gestore il passo è stato breve. E ancora più breve quello che ha portato il sindacato a cogestire l’Inps a braccetto con la politica. In quale grande azienda i massimi dirigenti sono iscritti a una organizzazione sindacale, o ne sono addirittura espressione? L’attuale direttore generale dell’Inps Mauro Nori, appassionato di rugby e rugbista, ha fatto tutta la carriera all’interno dell’istituto. Ma non è un mistero che la sua nomina sia stata fortemente sostenuta dalla Cisl. Né è un mistero che lo stesso sindacato appoggiasse il suo predecessore Vittorio Crecco. Prontamente ricambiato, secondo quanto raccontò Bianca Stancanelli nel 2008 su «Panorama» a proposito dei molti profumati incarichi assegnati dall’ex direttore generale: fra i quali due, speciali, a un potente sindacalista cislino. Cose del tipo: «Consolidamento della contrattazione collettiva e delle relazioni sindacali»…Allora c’era già il Civ, ossia il Consiglio di indirizzo e vigilanza: esito di una riforma voluta anni prima nel tentativo di restituire al sindacato il suo ruolo di controllore, distaccandolo dalla gestione. Ma senza successo. Perché se in precedenza i sindacalisti potevano anche arrivare alla guida dell’ente, come accadde con il segretario confederale della Cgil Giacinto Militello, che poi dall’Inps approdò all’Antitrust, la loro influenza non sarebbe stata affatto ridimensionata. Come si è presto potuto appurare. In più, dopo aver creato una specie di cimitero degli elefanti con ben 22 poltrone, tante ne ha il Civ, si spianò del tutto la strada alla politica.

La prova è nell’ultimo consiglio di amministrazione presieduto da Mastrapasqua, prima che tutti i poteri venissero accentrati nella sua persona. C’erano un ex consigliere regionale della Campania di Alleanza nazionale, Antonio Cantalamessa, e il suo collega di partito Paolo Crescimbeni, coordinatore di An in Umbria che si era presentato senza fortuna alle elezioni, successivamente messo alla presidenza dell’Inail. C’erano l’ex sindaco di Monza Roberto Colombo, di Forza Italia, e il futuro parlamentare dell’Udc Nedo Lorenzo Poli. C’era Gian Piero Scanu, che da consigliere dell’Inps ne sarebbe diventato dirigente preparandosi al grande salto in Parlamento con il centrosinistra. E c’era un dentista: Fabrizio Santin, area Forza Italia, indicato dal governo come «esperto». Lo stesso Mastrapasqua, abbiamo raccontato ieri, aveva solidissimi legami con la politica.

Dopo quello che si è visto crediamo sia essenziale cambiare rotta. Affermando un principio secondo cui chi ha in mano l’Inps non solo deve rispondere a requisiti di indiscutibile competenza e di estrema onestà. Ma soprattutto essere indipendente: lontano dai partiti ed estraneo alle logiche sindacali. Il governo Letta saprà cogliere la sfida? Staremo a vedere. Per ora non possiamo che registrare le voci che vogliono in pista l’ex ministro Tiziano Treu, già senatore del Partito democratico e attuale componente del Cnel, storicamente ritenuto vicino alla Cisl. Esperto di lavoro e previdenza nonché autore di alcune fra le più incisive riforme in materia, oggi è consigliere di Intesa San Paolo formazione, controllata dall’omonimo gruppo bancario, nonché presidente della Fondazione Adecco per le pari opportunità: emanazione del gruppo imprenditoriale svizzero Adecco specializzato nelle risorse umane.

Corriere della Sera – 3 febbraio 2014

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