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Soldati Usa in quarantena a Vicenza. Zaia: contro Ebola frontiere chiuse. Il comandante: «Stiamo bene, probabilità zero di infettarsi». I grillini: rispediteli a casa

Vicenza La miccia dell’allarme si accende a metà pomeriggio. E quando ormai è sera tocca al sindaco Achille Variati cercare di spegnerla: «Per preservare da inutili tensioni sociali una città che ospita da decenni la comunità militare americana chiedo che non siano diffuse notizie che facciano pensare a casi di Ebola a Vicenza». Ma non è cosa facile scacciare il pensiero di Ebola lo stesso giorno in cui 11 militari statunitensi di rientro dalla Liberia finiscono in isolamento, in città, proprio per il rischio di aver contratto il virus.

Sono rientrati domenica sera da Monrovia, la capitale dello Stato africano più martoriato da Ebola, dov’è attiva una missione di 600 militari Usa che collaborano nelle operazioni e nella costruzione delle strutture per tenere sotto controllo l’epidemia. Atterraggio all’aeroporto militare di Pratica di Mare, controlli medici previsti dai protocolli internazionali anticontagio e infine l’autorizzazione a rientrare nella base vicentina. Sono arrivati a Venezia con un aereo militare e da lì hanno usato un autobus (guidato da uno di loro) fino alle due caserme americane di Vicenza, Ederle e Del Din.

La policy del ministero della Difesa americano prevederebbe — secondo i media statunitensi che hanno intercettato per primi la notizia dell’arrivo dei militari a Vicenza — che «fino a quando non mostrano i sintomi della malattia, i soldati possono tornare al lavoro e alle attività con la propria famiglia». In questo caso non è stato così: anche se nessuno ha manifestato sintomi per gli 11 militari si è stabilito una sorta di «monitoraggio continuo» per 21 giorni, cioè il limite massimo di incubazione del virus. Non quarantena vera e propria ma isolamento controllato all’interno di una struttura della caserma Del Din dove per adesso le contromisure si limitano alla misurazione della febbre ogni 12 ore e da dove nessuno può uscire né per servizio né per rientrare in famiglia. È così per loro e sarà così anche per i due prossimi gruppi in arrivo sempre dalla Liberia: altri 64 soldati che stanno partecipando alla stessa missione.

«La probabilità che qualcuno di noi abbia contratto il virus di Ebola è quasi zero — si dice convinto il generale Darryl Williams, rientrato con il gruppo degli 11 —. Stiamo benissimo». Gli fa eco il colonnello Pedro Almeida, capo dello stato maggiore del comando: «Non posso dire che vi sia lo zero per cento di possibilità che i soldati possano essere stati contagiati, ma non sono stati impegnati in attività che li hanno esposti al contagio».

A Vicenza era discusso da giorni il fatto che sarebbero arrivati militari americani da un Paese a rischio. A sollevare la questione è stato il consigliere comunale dell’opposizione di centrodestra Francesco Rucco. «Io preferisco prevenire piuttosto che curare — dice —. Ho apprezzato che il sindaco sia andato dal prefetto a porre la questione e a chiedere la quarantena. Adesso ci dice che sono tutti sani e sotto controllo. Speriamo…», sospira. «E comunque la zona della base è densamente abitata, non mi sta bene che siano lì. Dovrebbero stare in una struttura protetta in un aeroporto militare».

Da Roma i deputati M5S chiedono che «il governo rispedisca a Washington tutti i militari statunitensi operativi nella base Usa di Vicenza» data la «totale assenza di garanzie da parte delle nostre autorità circa il reale stato di salute degli undici soldati». Gli fa eco una delle poche associazioni vicentine (Ariete, vicina al centrodestra) che nei giorni scorsi si è fatta sentire sull’argomento distribuendo centinaia di volantini: «Scontino la quarantena negli Usa» propone il loro referente, Leonardo Stella. Mentre il governatore veneto Luca Zaia ne fa una questione di confini: «Le strutture sanitarie del Veneto sono pronte per ogni evenienza — giura —. Ma per scongiurare Ebola bisogna chiudere le frontiere». Chiudono alcuni rappresentanti del No Dal Molin, movimento storico anti base Usa di cittadini e associazioni: «Non facciamo allarmismi, però quelli di destra hanno voluto la base e adesso si spaventano…».

Giusi Fasano – Il Corriere della Sera – 28 ottobre 2014

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