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Sos pronto soccorso. Dal Veneto alla Puglia largo ai non specializzati. Alt dei sindacati: così aumenta il precariato e cala la qualità professionale

Michele Bocci, la Repubblica. Il Veneto strozzato dalla carenza dei medici tenta una mossa mai vista prima: far entrare negli ospedali camici bianchi non specializzati, cioè soltanto laureati. Il numero dei posti messi a bando nei pronto soccorso e nelle medicine interne è importante: 500. Dopo professionisti a gettone, dopo l’appello alle università straniere, dopo i pensionati invitati a rientrare in corsia per dare una mano agli ex colleghi, in Italia si tenta una nuova strada per rimpolpare organici della sanità pubblica che continuano ad assottigliarsi. Del resto, quando c’è da inventarsi qualcosa, la Regione di Zaia è tra quelle più attive e fantasiose, anche se per ora non sembra aver ottenuto grandi risultati. Adesso prova a forzare le regole della formazione post universitaria.
Gli ultimi concorsi banditi in Veneto per far entrare professionisti da mandare nei dipartimenti di emergenza offrivano 192 posti ma le graduatorie finali contengono i nomi di 22 specialisti e 24 specializzandi dell’ultimo anno. Intanto, di recente, tre medici hanno lasciato il pronto soccorso di Padova, altri sei quello di Treviso e tre quelli di Venezia e Chioggia. Anche questi episodi devono aver spinto Zaia a proporre alle Asl di invitare i non specializzati nel sistema, cosa che può avvenire solo se tutte le altre strade possibili sono state percorse senza risultati.
L’idea è quella di formarli (92 ore di lezioni frontali più due mesi di tirocinio pratico) e poi utilizzarli negli ospedali. In questo modo però, protestano i sindacati, non si rispettano le leggi sulla formazione specialistica, che spetta all’università e dura 4 o 5 anni. Il Veneto lo sa e infatti nelle sue delibere prevede che, alla conclusione dell’iter formativo, i medici possano partecipare a «procedure comparative per l’assegnazione di incarichi di lavoro autonomo». Quindi resteranno comunque precari.
La Regione del Nord est non è la sola ad aver pensato ai non specializzati. Un paio di mesi fa la Toscana ha deliberato di mettere nei pronto soccorso circa 200 laureati. L’idea, anche in questo caso, è di formarli ma c’è una differenza: i contratti possono durare al massimo due anni. Passati i quali quei professionisti non possono più restare negli ospedali ma solo essere impiegati sulle ambulanze. Anche in Puglia, tra le proteste dei sindacati, sono stati assunti una decina di giovani solo laureati a Barletta, altri 8 (su 15 dell’intero organico) sono al pronto soccorso di Brindisi, e altri ancora a Lecce. Insomma, l’idea si sta diffondendo perché le Regioni cercano di superare l’imbuto formativo che ha messo in crisi il sistema.
Il numero dei laureati annui (10mila compresi quelli entrati dopo ricorso) è infatti superiore a quello dei posti disponibili nelle scuole di specializzazione (passati da 7mila a 9mila quest’anno grazie a Miur, ministero della Salute e Regioni). In più siamo in una fase di picco di pensionamenti dei camici bianchi (52mila uscite fino al 2025). Così per alcune specialità, come anestesia e rianimazione, ortopedia, pediatria e appunto medicina di urgenza, ci sono gravi carenze negli organici. Specialmente l’emergenza è in crisi, anche perché il lavoro è faticoso e poco appetibile per i giovani che scelgono la specializzazione. Così le Regioni si organizzano da sole, talvolta, come nel caso del Veneto, spingendo un po’ troppo l’acceleratore.
«Intanto la formazione fatta così non ha alcuna base giuridica di riferimento nazionale — dice Carlo Palermo, segretario di Anaao, il più grande sindacato degli ospedalieri, commentando l’idea di Zaia — Dal punto di vista del lavoro, il sistema serve solo ad aumentare il precariato, perché alla fine si offrono contratti libero professionali a persone non completamente formate. Colleghi, tra l’altro, che non sono entrati nella specializzazione e che negli anni successivi cercheranno di farlo di nuovo, lasciando il contratto precario». Per questo, secondo Anaao, la strategia di Zaia «non offre prospettive certe ai colleghi, oltre a non garantire ai pazienti l’attuale qualità professionale del sistema sanitario».
La Repubblica

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