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Spending review. Niente balle, per sanità è la solita mazzata

Non nascondiamoci dietro l’alibi della “revisione della spesa”, che avrebbe richiesto un ben più certosino lavoro di taglio e cucito tra le pieghe di bilanci e spese sospette. Qui si è andati giù con l’accetta, senza tanti complimenti e con una “linearità” da manuale, per fare cassa con la sanità pubblica. Ancora una volta

E’ veramente presto per capire come andrà a finire la partita sulla spending review sanitaria che da sola, con i suoi 4,7 miliardi di tagli, vale il 18% della manovra che complessivamente porterà risparmi per lo Stato pari a 26 miliardi da qui al 2014.

Ma una cosa è chiara fin d’ora: siamo di fronte a una evidente operazione di taglio lineare ai fondi sanitari, da ottenere attraverso una stretta formidabile alla farmaceutica, soprattutto con la riduzione del tetto di spesa per la territoriale, nonostante tale tetto fosse regolarmente rispettato da tempo e senza contare che l’eventuale sfondamento è comunque a carico delle aziende farmaceutiche e della filiera tutta, farmacie in testa gravate anche del “super” sconto.

Si è poi intervenuti sui beni e servizi con un taglio linearissimo del 5% ai costi di tutti i contratti in essere e l’abbassamento del tetto per i dispositivi medici per i quali si useranno prezzi di riferimento molto bassi, con il rischio molto alto, denunciato per primo dal neo presidente Agenas Giovanni Bissoni, di mettere a repentaglio la qualità delle forniture ad Asl e ospedali.

Si è ancora deciso di tagliare linearmente la spesa per le convenzioni con il privato accreditato e si è infine disposta la chiusura d’ufficio di diverse migliaia di posti letto in tutta Italia, abbassando lo standard da quello attualmente previsto di 4 posti per mille abitanti a 3,7, prescrivendo contestualmente una riduzione pesante del tasso di ospedalizzazione dei cittadini che non dovrà superare (tra ricoveri ordinari e day hospital) il 160 per mille (oggi il tasso è individuato al 180 per mille ma quello reale supera il 190 per mille).

Dall’insieme di queste misure si punta a ricavare risparmi in grado di compensare il taglio, anch’esso lineare, al fondo sanitario.
Un taglio che va ad aggiungersi a quello di 7,950 miliardi a valere sul 2013 e 2014, già previsto dal decreto “Tremonti” del luglio 2011, le cui misure restano tutte confermate, anche se parte di esse si intrecciano con quelle della spending review.

In tutto, quindi, il Ssn dovrà fare i conti con un minor finanziamento rispetto a quello previsto ante manovre di ben 12,650 miliardi di euro.

A questo punto lascia alquanto perplessi la lettura del titolo ufficiale della spending review che testualmente reca “Disposizioni urgenti per la riduzione della spesa pubblica a servizi invariati”. Ci si chiede infatti come si possa parlare, almeno per la sanità che qui ci interessa, di “servizi invariati”.

Ridurre migliaia di posti letto ospedalieri senza alcuna previsione di legge contestuale per aprire strutture alternative all’ospedale e considerando che oggi il tasso di utilizzazione dei letti è in Italia mediamente al di sopra dei tassi ottimali, non vuol dire privare i cittadini di un servizio, senza offrire loro alcuna alternativa?

Abbassare il tetto della farmaceutica in misura di quasi 1,4 miliardi l’anno non vuol dire privare i cittadini di farmaci per un importo equivalente, ovvero di farglieli pagare direttamente con nuovi ticket (e infatti dal 2014 arriveranno anche quelli) o direttamente ricorrendo al portafoglio?

Ridurre l’acquisto di prestazioni dal privato accreditato non vuol dire contestualmente ridurre anche l’offerta di prestazioni e servizi ai cittadini?

Si può rispondere no a queste domande solo se si è convinti che il nostro Ssn e chi ci lavora, direttamente o indirettamente, sia un grande apparato di spreconi.
Ma sappiamo che così non è, e non lo diciamo noi, ma la Corte dei Conti che per due anni consecutivi ha indicato la sanità pubblica come il settore meglio amministrato della PA.

E allora, non nascondiamoci dietro l’alibi della “revisione della spesa”, che avrebbe richiesto un ben più certosino lavoro di taglio e cucito tra le pieghe di bilanci e spese sospette. Qui si è andati giù con l’accetta, senza tanti complimenti e con una “linearità” da manuale per fare cassa con la sanità pubblica. Ancora una volta.
 
Ps. A proposito di tagli lineari, proprio oggi, spulciando tra le pieghe del decreto legge, abbiamo trovato un’altra chicca: un bel taglio all’Istituto superiore di sanità, di ben 12,3 milioni da qui al 2014, su un bilancio annuale di 106. Un taglio talmente lineare che non c’è stato bisogno di spiegarlo e motivarlo in alcun modo. E’ bastata una semplice riga in una tabellina nell’ultima pagina degli allegati al provvedimento. Quella dei tagli agli Enti di ricerca. Intanto in Italia se ne fa tanta!

Cesare Fassari – quotidianosanita.it – 11 luglio 2012

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