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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Speranza spinge per la stretta: a cena con il certificato e zone gialle come prima. L’esecutivo costretto a intervenire dal nuovo aumento dei casi. Il ministro in pressing su Draghi per replicare quanto fatto da Macron
    Notizie ed Approfondimenti

    Speranza spinge per la stretta: a cena con il certificato e zone gialle come prima. L’esecutivo costretto a intervenire dal nuovo aumento dei casi. Il ministro in pressing su Draghi per replicare quanto fatto da Macron

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati14 Luglio 2021Nessun commento4 Minuti di lettura
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    La Stampa. Che la curva dei contagi sia destinata a impennarsi e superare quota 10 mila casi al giorno anche in Italia oramai al ministero della Salute e tra gli esperti del Cts non lo mette più in discussione nessuno. L’incognita è se e in che misura a questo corrisponderà un aumento anche dei ricoveri, che non sarà proporzionale a quello dei nuovi positivi come è stato nelle ondate precedenti. Ma potrebbe assumere dimensioni tali da costringere comunque il governo a una nuova stretta. Anche perché due dati preoccupano Speranza e il premier Draghi: ieri per la prima volta a fronte di oltre 36 mila casi in Gran Bretagna hanno iniziato a salire anche i morti, 50 nelle 24 ore. E in Israele, dove così come Oltremanica la popolazione più a rischio è largamente vaccinata, da un po’ di tempo hanno ripreso a salire anche i ricoveri.
    Da noi le coperture vaccinali degli over 50 più a rischio di evoluzioni gravi della malattia sono invece ancora lontane da quelle israeliane e britanniche, perché in tutto quasi 9 milioni di italiani sopra la cinquantina non è coperto dalla doppia dose. Con 3 milioni e 860 mila che una prima somministrazione l’hanno comunque fatta e sono dunque meno esposti al pericolo di ricovero. E i restanti 5 milioni e 100 mila italiani dai 50 in su completamente esposti alle minacce del virus.
    Per questo Speranza è convinto che presto occorrerà agire, da un lato adottando il green pass alla Macron, sia per contenere i contagi che per incentivare le vaccinazioni. Dall’altro lasciando che le misure restrittive scattino da sè con l’aumentare dei contagi e i conseguenti cambi di colore delle regioni. Che il ministro non intende ritardare, facendoli scattare solo a fronte di un aumento dei ricoveri come chiedono i governatori. Preoccupati del fatto che, con questo trend di crescita dei nuovi positivi, in due o tre settimane e mezza Italia tornerà gialla. Il che significa ritirare su le mascherine anche all’aperto e dire addio alle cene al ristorante al chiuso, salvo apparecchiare all’aperto ma senza tavolate tra amici, perché in fascia gialla al massimo si pasteggia in quattro. Quanto basta a rovinare le vacanze a molti. Per questo le Regioni chiedono che per essere retrocessi in fascia gialla non basti superare i 50 casi settimanali ogni 100 mila abitanti, ma occorra anche avere più del 20% dei letti occupati in terapia intensiva e oltre il 30% nei reparti di medicina. Che sono poi gli stessi tassi di occupazione che consentono oggi di essere promossi in giallo quando si finisce in arancione. Ma i tecnici di Speranza hanno già spiegato a governatori e premier che l’aumento dei ricoveri si manifesta di solito due se non tre settimane dopo l’incremento dei contagi, che a quel punto sarebbe poi difficile contenere una volta usciti i buoi dalla stalla.
    D’altro canto però il solo ritorno alla mascherina all’aperto e lo stop dalle 18 a bar e ristoranti al chiuso e alle tavolate all’aperto non sembrano sufficienti a fermare l’onda montante dei contagi. Per questo già la prossima settimana, se non prima in caso di impennate clamorose dei casi, anche l’Italia potrebbe adottare il green pass modello Macron. Prima di tutto portando da una a due le dosi di vaccino necessarie ad ottenerlo. E poi trasformandolo in un lasciapassare per ristoranti, concerti e spettacoli, treni, aerei e centri commerciali. Che a quel punto diverrebbero prerogativa quasi esclusiva di vaccinati e guariti, visto che in pochi sarebbero disposti a pagare la sovrattassa del tampone per cenare o vedere un film. Una discriminazione, secondo alcuni. Che intanto fa già storcere la bocca al Garante della privacy
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