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Stakanovisti della sanità. Non c’è soltanto l’Italia dei furbetti: ecco storie e volti di chi non si tira mai indietro

C’è il professore pensionato che da oltre tre anni lavorare gratis per il suo ospedale. L’infermiere del 118 che lavora 40 ore di fila al gelo per fronteggiare l’emergenza neve. O la dottoressa del pronto soccorso che non va in maternità temendo di scaricare troppo lavoro sui colleghi. Sono l’altra faccia del pianeta dei furbetti. E’ l’universo molto più popoloso e poco raccontato degli stakanovisti della sanità, che non si tirano mai indietro. Come la dottoressa Maria, che a Parma non si è fermata per 24 ore ed ha salvato la vita a tre bimbi. Proprio ieri un’indagine della Federazione di Asl e ospedali (Fiaso), ha raccontato come pur dovendo fare i conti con il nuovo orario di lavoro europeo che vieta turni massacranti i lavoratori della sanità hanno fatto di più in minor tempo, senza provocare allungamenti delle liste d’attesa o tagli dei servizi. Anche se la stessa Federazione denuncia che la situazione è al limite del collasso.

Ma se questo pilastro del nostro welfare ancora tiene lo si deve ai tanti eroi senza volto che per una volta mostrano la faccia raccontando i loro sacrifici.

Il professor Pier Paolo Vescovi, specialista endocrinologo e diabetologo, con 340 pubblicazioni alle spalle è un caso a se. Sarebbe dovuto andare in pensione a ottobre del 2013 ma per lui l’ultimo giorno di lavoro non c’è mai stato. «Ho continuato a lavorare come responsabile scientifico dell’ospedale di Mantova con la qualifica di primario emerito ma senza percepire stipendio. E pensi che ho anche lasciato li 100 giorni di ferie non retribuite». Stakanovista? «No, solo amore per questa professione».

Mauro d’Agostino, infermiere, coordina il 118 di Pescara. Si è fatto l’emergenza neve ed è stato in prima fila nei soccorsi all’Hotel Rigopiano. «Ho fatto fino a 40 ore di lavoro consecutive al gelo, avendo come riparo solo le ambulanze e i mezzi di soccorso». «Ma quella di quest’anno è l’eccezione che conferma la regola, perché qui è normale fare turni di 36 ore. E sa qual è il bello? Che quando da responsabile del servizio ho chiesto di restare a un collega che magari aveva già lavorato 12 ore, non c’è mai stato uno che abbia risposto no». Sacrifici ben ripagati, «perché quando salvi una vita sofferenza e stanchezza scompaiono».

La stessa vita dura la fa Elisabetta Lombardo, medico del pronto soccorso del “Vittorio Emanuele” a Catania. «Abbiamo 60mila accessi l’anno, ci sono giorni che non riesci nemmeno ad andare in bagno o a prendere una bottiglietta d’acqua. Se ti ammali ci pensi tre volte prima di assentarti, perché sai che poi il tuo lavoro ricade sulle spalle dei colleghi che sono già al limite». «Così all’inizio della mia prima gravidanza mi sono fatta forza e sono rimasta al lavoro lo stesso, anche se al pronto soccorso si ha diritto da subito all’aspettativa».

Daniele Curci è un altro che non si risparmia. Fa l’infermiere all’Unità dei trapianti renali delle Molinette a Torino, dove tiene anche corsi di laurea in scienze infermieristiche. «E’ capitato di dover fronteggiare anche tre trapianti in contemporanea, perché quando arriva una donazione mica ci si può tirare indietro». Poi fa due conti. «Tra assistenza e didattica faccio 50 ore a settimana per arrivare a mala pena a duemila euro al mese. Mia moglie mi dice chi me lo fa fare ma quando mi trovo a trasmettere la mia passione agli studenti del corso dico chi se ne importa».

La pensa così anche Giampiero d’Offizi, Responsabile dell’Unità operativa Malattie infettive ed epatologia allo Spallanzani di Roma. «Tra clinica, didattica, ricerca e organizzazione non ho tregua. I weekend sono spesso una chimera, ma qui trattiamo tanti pazienti di classi disagiate, che si sentono abbandonati: le loro lettere di ringraziamento ripagano di tutto». Un grazie che dovrebbe arrivare di tutti gli italiani.

Paolo Rosso – La Stampa – 11 marzo 2017

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