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Statali, per aumenti e bonus mancano ancora 300 milioni. Si fa sempre più in salita la strada per la firma del rinnovo entro fine anno

Il tempo inizia a stringere. E la strada che, almeno nelle intenzioni del governo, dovrebbe portare alla firma del primo rinnovo contrattuale degli statali, quello delle funzioni centrali, entro la fine dell’anno, si fa sempre più in salita. Gli ostacoli più complicati da superare per arrivare entro il 31 dicembre alla firma tra sindacati e Aran, l’Agenzia che rappresenta Palazzo Chigi al tavolo del negoziato, sono sostanzialmente due. Il primo riguarda, ancora, la questione del bonus da 80 euro concesso dall’allora governo Renzi a tutti i dipendenti pubblici e privati che guadagnano meno di 26 mila euro l’anno. L’aumento contrattuale “medio” mensile da 85 euro lordi, come è noto, rischiava di far perdere il bonus a un consistente numero di dipendenti pubblici. Per risolvere il problema, il governo nella manovra, ha alzato l’asticella del reddito che da diritto agli 80 euro da 26 mila euro fino a 26.600 euro. Una soluzione che, secondo le stime, permetterebbe di risolvere il problema al 70% dei dipendenti pubblici coinvolti. Secondo i conteggi dell’Aran, il bonus era a rischio per 363 mila statali, dunque 255 mila di questi sarebbero salvi. E gli altri 100 mila? Qui le ipotesi in campo sono ancora due, la prima onerosa per le casse dello Stato. La via più semplice sarebbe quella di far salire ancora il tetto del bonus da 80 euro. Se l’asticella passasse dagli attuali 24.600-26.600 euro a 25.000-27.000 euro, la platea dei dipendenti pubblici a “rischio bonus” si azzererebbe. Per alzare il tetto di 600 euro, il governo ha stanziato 210 milioni di euro. Per aumentarlo di altri 400 euro ne servirebbero poco più di 100. L’ipotesi è sul tavolo, ma non sarebbe quella principale. Il governo punterebbe ad un’altra soluzione.

GLI OBIETTIVI Uno degli obiettivi del rinnovo del contratto degli statali indicato dal ministro della Funzione pubblica. Marianna Madia, che ancora deve essere pienamente declinato è quello della cosiddetta “piramide rovesciata”. Semplificando molto il concetto significa dare di più a chi guadagna meno e meno a chi guadagna di più. L’idea che starebbe accarezzando il governo, sarebbe quella di concedere un aumento “a forfait” fino ad una certa soglia di reddito, per esempio 27 mila euro, riducendo leggermente gli aumenti di chi sta sopra questa soglia, fermo restando un aumento medio di 85 euro lordi. Lo scoglio da superare, in questo caso, sono i sindacati, che potrebbero non accettare uno schema simile. La seconda questione da risolvere è altrettanto delicata. L’accordo tra governo e sindacati prevede, come detto, un aumento medio di 85 euro lordi mensili. Le tabelle della legge di bilancio traducono questi 85 euro in un aumento del 3,48% per ogni dipendente pubblico. Significa, ovviamente, che chi guadagna di più avrà un aumento medio superiore a 85 euro, e chi guadagna meno riceverà una cifra inferiore. La media, nel suo complesso, darà 85 euro. Solo che questa cifra è stata calcolata prendendo come base tutti i dipendenti pubblici. Che invece sono divisi in quattro comparti: funzioni centrali, enti locali, istruzione e ricerca e sanità. Ogni comparto ha retribuzioni medie diverse. Nella scuola c’è un problema evidente: se si applica l’aumento del 3,48%, l’incremento medio delle buste paga sarebbe attorno ai 70 euro, non 85. Per far sì che in tutti i comparti la media dell’aumento arrivi a 85 euro lordi mensili, servirebbero insomma altre risorse. Quante? Secondo alcune stime circa 200 milioni di euro, che se aggiunti ai 100 milioni necessari per coprire la platea residua dei dipendenti a “rischio bonus”, comporterebbe uno stanzia mento aggiuntivo di 300 milioni. Fatto è che la trattativa sulla parte economica del contratto non partirà ancora per questa settimana. Tutto rinviato alla prossima, quando il governo avrà già presen tato i suoi emendamenti alla manovra. Palazzo Chigi ha fretta di chiudere la partita, anche per pagare il prima possibile sia gli aumenti che gli arretrati del 2016 e del 2017. Possibilmente prima delle elezioni politiche.

Andrea Bassi – 10 dicembre 2017

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