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Sud, la beffa dei rimborsi dalla Pa per ritardi pagamento

La Asl 1 di Napoli centro ha appena toccato il record (negativo) di sempre: 1.686 giorni – 4 anni, 8 mesi e 15 giorni – prima di rimborsare i fornitori di biomedicali. In Calabria le stesse imprese sono vittime di un altro record alla rovescia appena consumato: le loro fatture restano nei cassetti delle asl in media 999 giorni.

C’è poi il fresco primato in Calabria a danno delle industrie farmaceutiche: i rimborsi arrivano dopo 740 giorni. Attese che resteranno attese. Per le imprese resta infatti off limit la certificazione dei crediti promessa dal decreto Monti, e dunque la compensazione tra crediti e debiti con la Pa, proprio nelle regioni commissariate o anche solo con piano di rientro dai mega disavanzi sanitari. E così monta la protesta degli imprenditori: in Campania la Confindustria locale è pronta a scendere in piazza. Ma è tutto il Sud che ribolle, quel Sud dove asl e ospedali hanno divorato deficit miliardari e dove i ritardi di pagamento sono al top. Tanto che i governatori di Campania, Lazio, Calabria, Molise, Abruzzo e Sicilia sono pronti a fare quadrato: è pronta una lettera a Monti contro una misura «irragionevole e incostituzionale che determinerebbe una ingiustificata disparità di trattamento» verso le imprese creditrici. E in Parlamento fioccano le proteste e le interrogazioni al premier: faccia retromarcia.

Cinque regioni con la sanità commissariata: Lazio, Campania, Molise, Abruzzo e Calabria. E altre tre sotto piano di rientro dai debiti: Puglia, Sicilia, Piemonte. In queste otto regioni la bozza del decreto Monti esclude le imprese dal rientro più rapido dai crediti, escludendole dalla certificazione.

Un beffa: è da Roma in giù che i creditori aspettano anni prima di incassare il dovuto. Intanto falliscono e addio posti di lavoro.

«Cornuti e mazziati», dicono gli imprenditori napoletani (e non solo). Che intanto affilano le armi. Giorgio Fiore, presidente di Confindustria Campania, ha annunciato «una mobilitazione con tutte le forze politiche e sociali delle regioni coinvolte, affinché si cambi rotta». Azione confermata dal presidente della locale Unioncamere, Maurizio Maddaloni: «Siamo pronti a mobilitare le nostre 500mila imprese». Non è da meno Paolo Graziano, presidente dell’Unione degli industriali di Napoli: «Stanno decretando il fallimento di una parte d’Italia».

Una reazione veemente, ma per nulla inattesa. Disagi degli imprenditori e dell’economia locale, che il governatore Stefano Caldoro conosce bene. E così è partito anche lui all’attacco: «Si sta commettendo un errore, un’ingiustizia, un crimine. Metteremo in campo ogni azione a tutela del tessuto economico e sociale della nostra regione». Nel mirino delle sei regioni pronte a scrivere a Monti anche l’esclusione della copertura del fondo di garanzia sulle cessioni pro-soluto e pro-solvendo di crediti.

Garantisce Renata Polverini (Lazio): «Siamo leader in Italia della certificazione dei crediti pro-soluto, il decreto Monti non fermerà la nostra attività». Ma non ci sta la Camera di commercio di Roma. E neppure Federlazio: «Inaccettabile escluderci dallo sblocco dei crediti», afferma Massimo Flammini. Mentre lo stato maggiore di tutti i Pd regionali fa quadrato: «Proprio in presenza di deficit strutturali, la possibilità di certificare i crediti può essere lo strumento utile a dare certezza sulla consistenza della massa debitoria». Intanto a palazzo Madama il gruppo Pd ha rivolto un’interrogazione urgente al premier: faccia marcia indietro. E l’Udc non è da meno.

E anche a livello nazionale le imprese bocciano il decreto. Contesta Confcommercio. «Un’ingiustificata e inaccettabile penalizzazione per chi produce ricchezza e occupazione», fa eco Paolo Angelucci, presidente di Assinform (servizi informatici). Cauto per il momento il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi: «Bene lo spirito del decreto Monti, ma aspettiamo la versione finale perché ci sono delle criticità». Ma Stefano Rimondi, presidente di Assobiomedica, non ha dubbi: «Le otto regioni escluse sono le peggiori pagatrici: hanno il 63% del debito di 5,6 miliardi verso le nostre imprese. Senza dire che già in quelle regioni non è possibile avviare azioni esecutive». Cornuti e mazziati, appunto.

24 maggio – di Roberto Turno, Francesco Benucci (da Il Sole-24 Ore)

 

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