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Sul Jobs act il voto è a rischio. La Consulta però è ancora divisa. L’Avvocatura: quesito «manipolativo» perché introduce una nuova norma

di Giovanni Bianconi. Ancora non c’è stata la conta dei possibili voti, dunque l’esito è incerto. Ma la decisione che i quattordici giudici costituzionali prenderanno il prossimo mercoledì non riguarderà solo il destino del referendum sul Jobs act. Potrà incidere sul cammino della legislatura, e soprattutto costituirà un precedente per le prossime consultazioni popolari: perché se arrivasse il via libera, si aprirebbe la strada ad altre richieste non solo abrogative ma di fatto propositive di nuove leggi.

Il verdetto sulla richiesta di reintrodurre l’obbligo di reintegro previsto dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori dopo un licenziamento illegittimo avrà certamente ricadute politiche, ma il dibattito alla Consulta sarà prima di tutto tecnico e riguarderà proprio la legittimità di un referendum «manipolativo»: è lecito consentire un quesito che, per come è stato costruito ritagliando alcune parole del testo di una legge, non la cancella del tutto ma la modifica in maniera sostanziale? Con la memoria depositata ieri per conto della presidenza del Consiglio, l’Avvocatura dello Stato ha risposto di no, ma sulla consultazione promossa dalla Cgil è in corso un dibattito tra i costituzionalisti. Attraverso un attento lavoro di taglia e cuci, infatti, l’iniziativa non si limita a chiedere la soppressione della norma che rende possibile il licenziamento (a fronte del pagamento di un indennizzo) degli impiegati nelle aziende con oltre 15 dipendenti; se vincesse il sì, si avrebbe l’effetto di estendere il diritto al reintegro in tutte le aziende con più di 5 dipendenti (e non più 15 com’era prima). Questo perché nella norma è già prevista la quota di 5 per le imprese agricole, e grazie alla soppressione di alcune parole quell’eccezione diventerebbe la regola.

Chi propugna l’illegittimità di un quesito così costruito batte proprio su questo tasto: i promotori si sono fatti legislatori, sostiene Andrea Morrone, ordinario a Bologna, che denuncia un «abuso di potere referendario che finisce per trarre in inganno l’elettore» già censurato dalla Corte in alcune sentenze. Al contrario Gaetano Azzariti, titolare di cattedra alla Sapienza, cita una pronuncia della Consulta del 2003 (la numero 41, redatta da Gustavo Zagrebelsky) che dichiarò ammissibile un altro referendum sull’articolo 18, poi vanificato dal mancato raggiungimento del quorum; anche in quel caso l’effetto dell’eventuale abrogazione avrebbe esteso a tutti i lavoratori il diritto al reintegro.

Certo, ribatte Morrone, ma proprio il fatto di estendere a tutti un diritto attraverso la cancellazione di una norma che pone un limite rendeva legittimo il quesito; in questo caso, invece, si inserisce un altro limite (da 15 a 5 dipendenti), invadendo il campo esclusivo del Parlamento. Dunque la sentenza del 2003 è un motivo in più per dichiarare inaccettabile la domanda, non per farla passare.

Di qui all’11 gennaio i giudici costituzionali discuteranno di questo, prima in maniera informale e poi in udienza a porte chiuse. E si divideranno, presumibilmente. Consapevoli che alla loro decisione guardano con apprensione le forze politiche e sindacali. I promotori, ovviamente, e probabilmente gli oppositori al governo che si augurano una nuova sconfitta per le riforme targate Renzi. Ma anche sul versante degli effetti politici, i giochi sono più complicati.

L’ex premiere e leader del Pd si è finora dichiarato favorevole ad elezioni anticipate che però non appaiono così scontate (anche perché sul sistema di voto pende un altro giudizio della Corte costituzionale che arriverà il 24 gennaio); Renzi dovrebbe essere contrario al referendum, ma se quello spauracchio fosse una spinta ad anticipare le elezioni proprio per evitare il verdetto popolare sul Jobs act (secondo l’idea sfuggita tempo fa al ministro del lavoro Poletti), un via libera della Consulta farebbe il suo gioco.

Ragionamenti che sconfinano nel gioco d’azzardo e non dovrebbero scalfire i giudici costituzionali. Almeno in teoria. Indiscrezioni filtrate dal palazzo della Consulta ipotizzano una prevalenza per l’inammissibilità, nonostante il presunto parere favorevole della relatrice Silvana Sciarra, ma si tratta di supposizioni che non consentono di sbilanciarsi su alcuna previsione.

Il Corriere della Sera – 6 gennaio 2017 

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