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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Sulle stabilizzazioni dei co.co.co ipotesi esclusione pubblico impiego. Dopo i rilievi della Ragioneria il governo studia correttivi al dlgs sui contratti
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    Sulle stabilizzazioni dei co.co.co ipotesi esclusione pubblico impiego. Dopo i rilievi della Ragioneria il governo studia correttivi al dlgs sui contratti

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche24 Marzo 2015Nessun commento4 Minuti di lettura
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    In arrivo correttivi alla norma del Dlgs sul riordino delle tipologie contrattuali che, dal 1° gennaio 2016, estende la disciplina del lavoro subordinato alle collaborazioni “fittizie”. I tecnici di Palazzo Chigi e ministero del Lavoro stanno approfondendo alcuni aspetti, dopo i rilievi della Ragioneria generale dello Stato che hanno bloccato finora l’invio al Parlamento, per i pareri, del (terzo) decreto attuativo del Jobs Act, varato dal Consiglio dei ministri lo scorso 20 febbraio (insieme al Dlgs sulla conciliazione tra vita e lavoro).

    Il nodo è la “coperta corta” del fondo da 1,8 miliardi per finanziare nel 2015 la decontribuzione dei contratti a tempo indeterminato introdotto dalla legge di Stabilità, che secondo la Rgs potrebbe non bastare a coprire tutte le “trasformazioni” di finte collaborazioni. Si teme una riduzione del gettito per l’Erario, per effetto della decontribuzione triennale per le assunzioni con il contratto a tutele crescenti degli ex collaboratori che avevano un’aliquota contributiva del 27,72%, che verrebbe azzerata. Palazzo Chigi fa notare che nessun rilievo è arrivato da Via XX Settembre alla relazione tecnica alla legge di Stabilità che prevedeva il plafond stimando 400-450mila stabilizzazioni, ma per la Rgs la valutazione risaliva a prima del varo del Dlgs del 20 febbraio e non poteva tenere in considerazione gli effetti della possibile ondata di assunzioni di collaboratori.

    Per superare questo impasse si sta ragionando su come reperire nuovi fondi per implementare la dote della decontribuzione e si sta pensando – in via cautelare – di “limitare” gli effetti della norma sulle collaborazioni. Le due proposte di modifica, sollecitate dal Mef, sono arrivate sul tavolo del ministero del Lavoro e di Palazzo Chigi. Il primo correttivo allo studio riguarda l’esclusione espressa dalla stabilizzazione delle co.co.co del pubblico impiego (20-25mila contratti). Per la Pa, peraltro, lo stesso Dlgs rinvia il tutto al 2017, ma nulla vieta che i collaboratori nel pubblico si possano stabilizzare prima. Un secondo correttivo potrebbe esplicitare l’esclusione della norma sulle collaborazioni per quanti, essendo già iscritti ad altra gestione per l’attività prevalente, svolgono un’altra attività che comporti l’iscrizione alla gest i one previdenziale dei co.co.co. per non perdere il gettito di questa gestione.

    Il Mef preme. Ma i tecnici di Palazzo Chigi sono più cauti: «Le preoccupazioni della Ragioneria sono eccessive – sottolinea Maurizio Del Conte, professore di Diritto del lavoro alla Bocconi di Milano e consigliere giuridico del premier Renzi – i collaboratori iscritti a due gestioni o sono già subordinati nella loro attività principale, o se sono iscritti a gestioni autonome o commercianti, non sono interessati a diventare subordinati». Oggi è in programma un faccia a faccia tra Esecutivo e Ragioneria. «Certo se la misura della decontribuzione triennale dei rapporti stabili funziona, e i primi dati lo dimostrano, andrebbe subito rifinanziata perché si sta creando occupazione stabile», aggiunge l’economista della Statale di Milano, Marco Leonardi.

    Governo e maggioranza premono per sbloccare la partita: «Il Dlgs è il passaggio cruciale per completare il superamento del dualismo nel mercato del lavoro», afferma il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei. Fanno sentire la propria voce i presidenti delle commissioni Lavoro del Senato e della Camera: «Il decreto è bloccato da problemi di copertura che appaiono inesistenti – afferma Maurizio Sacconi (Ap) – è difficile immaginare un aumento dei contratti a tempo indeterminato a saldo zero, cioè senza crescita dei lavori. Quindi non un mero spostamento da contratti più onerosi a contratti meno onerosi che hanno peraltro copertura. Si consegnino i decreti al Parlamento per i pareri ed il varo definitivo». Per Cesare Damiano (Pd) il «Jobs Act funziona non solo per il contratto a tutele crescenti, ma a condizione che tutti i decreti siano operativi ed all’altezza della nuova filosofia del lavoro proposta dal Governo», vanno quindi inviati «al più presto al Parlamento i decreti per fugare i sospetti circa la tenuta della copertura finanziaria».

    Il Sole 24 Ore – 24 marzo 2015 

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