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Tetto massimo per il tempo determinato. Potrà durare solo 24 mesi invece di 36. Ma salta la norma sul raddoppio delle mensilità ai licenziati

Paolo Baroni. Dal muro contro muro della settimana scorsa al compromesso. Alla vigilia dell’inizio delle votazioni sui mille emendamenti “segnalati” dai gruppi parlamentari, ieri governo e maggioranza hanno trovato un’intesa sui temi del lavoro. In particolare al termine di un vertice a Montecitorio è stato dato semaforo verde alla proposta che riduce da 36 a 24 mesi il tetto massimo per il rinnovo dei contratti a termine su cui in commissione Lavoro l’esecutivo si era invece espresso contro. Niente da fare invece per la seconda proposta-scandalo che prevedeva il raddoppio da 4 a 8 mensilità dell’indennizzo in caso di licenziamento illegittimo. Il governo, infatti, su questo punto non ha ceduto, anche per non indispettire troppo le imprese che già non vedono di buon occhio il giro di vite sui contratti. «Dibattere sulla durata dei contratti a tempo determinato non ci sembra sia uno dei fondamentali per costruire un percorso di crescita» si è lamentato ieri il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, secondo il quale «i buoni provvedimenti che hanno aiutato la ripresa non andrebbero toccati». In realtà dentro e fuori il Parlamento, dove oltre al Pd altri gruppi appoggiavano questa proposta, è da tempo che si ragiona su come arginare l’eccessiva precarizzazione del nostro mercato del lavoro. Per il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ad esempio, non c’era altra via che ridurre il numero massimo dei rinnovi (che oggi sono 5). La soluzione adottata ieri però non convince il ministro dello Sviluppo. «Il rischio ora è che ci sia meno lavoro – ha spiegato ieri sera Carlo Calenda a Porta a porta -. Il tema della precarietà del lavoro c’è, ma dobbiamo ricordarci che abbiamo appena iniziato a recuperare mercato rispetto alla crisi. Stiamo attenti a non re-ingessare il mercato del lavoro».

Viste le scarse risorse a disposizione la maggioranza lavora a poche altre modifiche. In particolare si cercherà di aumentare la dotazione del Fondo di ristoro finanziario destinato ai risparmiatori traditi dalle banche finite in risoluzione o in liquidazione andando oltre i 50 milioni previsti per il 2018-19, di correggere la Webtax (estendendola a tutto l’ecommerce, con un’aliquota ridotta rispetto al 6% iniziale) mentre verrebbe escluso l’anticipo al 2018. Infine si prevede di aumentare da 11 a 15 le categorie ammesse all’Ape social e di rafforzare le agevolazioni alle donne recependo l’ultima tranche dell’accordo raggiunto con Cisl e Uil.

Stando agli accordi oggi le votazioni in commissione Bilancio dovrebbero però iniziare dagli enti locali. Per far quadrare i conti servono altri 200 milioni di euro: si pensa di recuperarli inasprendo la lotta all’evasione nel settore dei carburanti.

Stretta sui contratti a tempo. Intesa Pd-maggioranza. Sacconi: danno per l’occupazione. No di Confindustria

Il Pd renziano ci ripensa e, dopo uno “stop and go” durato per qualche settimana, fa quadrato e si orienta a smontare uno dei pilastri del decreto Poletti che ha liberalizzato i contratti a tempo determinato per tutti e 36 i mesi di durata. La correzione di rotta è contenuta in un emendamento alla manovra 2018 presentato in commissione Bilancio alla Camera dalla responsabile lavoro del Pd, Chiara Gribaudo, che punta a ridurre da 36 a 24 mesi il periodo temporale massimo di utilizzo del contratto a termine “acausale” introdotto, come detto, dal decreto-legge 34 del 2014, eppoi sistematizzato nel Jobs act (dlgs 81 del 2015).

Il tema è stato ieri pomeriggio al centro di una accesa riunione di maggioranza che si è conclusa con un accordo “politico” tra i partiti che sostengono Paolo Gentiloni, e che porterà quindi, molto probabilmente, a spianare la strada all’intervento correttivo. Resta l’incognita di cosa accadrà per i contratti a termine di 36 mesi in scadenza. «L’emendamento che ha un sostegno trasversale nel Pd prevede una riduzione temporale secca della durata del contratto a termine – spiega Chiara Gribaudo -, ma siamo aperti a correzioni, perchè il nostro obiettivo è quello di eliminare elementi di precarietà e non quello di penalizzare i lavoratori».

La proposta normativa non mira a ripristinare le causali che in passato hanno alimentato incertezze e un forte contenzioso giudiziario e, al momento, non tocca le cinque proroghe (per portarle a tre), ipotesi invece caldeggiata dal presidente dell’Inps Tito Boeri lunedì, nella presentazione del rapporto integrato sul mercato del lavoro. A spingere l’intero Pd a un ripensamento sul lavoro a termine, probabilmente hanno contribuito anche gli ultimi numeri sul crescente ricorso allo strumento. Il report integrato ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal ha evidenziato come nel secondo trimestre 2017 l’occupazione a termine abbia toccato il massimo storico (2,7 milioni di unità), per gran parte si tratta di contratti di breve durata, inferiori ai 3 mesi. Va però ricordato che se i flussi sono in forte crescita (anche per effetto della cancellazione dei voucher e della ripulitura delle false partite Iva e collaborazioni, operata dalle riforme Renzi-Poletti), complessivamente lo stock di lavoratori a tempo rappresenta il 12,5% dell’occupazione dipendente, una percentuale in linea con le altre nazioni europee.

Confindustria è contraria a interventi di modifica dell’attuale disciplina: «Se ci sono provvedimenti che hanno avuto effetto sull’economia reale l’auspicio è che non si tocchino» ha ribadito ieri il presidente degli industriali, Vincenzo Boccia, che ha aggiunto: «Dibattere sulla durata dei contratti a tempo determinato non ci sembra sia uno degli aspetti prioritari per costruire un percorso di crescita». Per il presidente della commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi (Epi) la conseguenza di un intervento restrittivo sui contratti a termine «sarebbe solo una riduzione delle assunzioni e una maggiore difficoltà per le imprese».

La proposta di contenere solo la durata dei contratti a tempo determinato, secondo Arturo Maresca, ordinario di diritto del Lavoro, all’università «La Sapienza» di Roma, «non coglie l’obiettivo di contrastare i contratti di brevissima durata e, in più, penalizza le sole aziende che invece di fare un continuo turn over di contratti a termine stipulano rapporti più lunghi». Maresca auspica, poi, che il governo disciplini (bene) la fase transitoria: «In caso contrario – sottolinea – si danneggiano imprese e lavoratori che dal 1° gennaio rischiano di trasformarsi in disoccupati».

Il Sole 24 Ore – 13 dicembre 2017

 

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