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Tfr da 7 milioni all’ex presidente Consorzio Venezia Nuova Mazzacurati. Interrogazione di Casson: verificare se sono soldi pubblici

«E’ una liquidazione che è stata calcolata sulla base delle regole, so che il Consorzio ne ha chiesto il calcolo ad alcuni specialisti. Fa parte della retribuzione, uno ha il Tfr, la liquidazione». Dunque non si sente di aver sottratto soldi pubblici ingiustamente? «Ma no, non è così, e poi il Consorzio è una società privata».

Parla con fatica, l’ingegner Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova: è stato proprio (ufficialmente) per problemi di salute, in seguito a un intervento cardiaco, che lo scorso 28 giugno Mazzacurati si è dimesso dalla guida del pool delle imprese che stanno costruendo il Mose. E proprio da quelle dimissioni, comunicate al consiglio direttivo del Consorzio, è partita in automatico la procedura che ha portato nei giorni scorsi lo stesso consiglio — dopo aver ottenuto prestigiosi pareri legali — a votare il via libera a una liquidazione di sette milioni di euro per l’uomo che fin dalla creazione del pool nel 1983 era stato il direttore generale e che dal 2005 aveva assommato anche le funzioni di presidente. «Era una strada obbligata – spiega il suo successore, l’ex parlamentare Mauro Fabris, che con il direttore generale Hermes Redi ha avviato un nuovo corso nel Consorzio – Se avessimo avviato il contenzioso la cifra da sborsare alla fine sarebbe stata ancora più alta».

Detto questo, però, il problema è che tra le dimissioni e la liquidazione c’è stato un altro fatto che non si può ignorare, ovvero l’arresto dello stesso Mazzacurati, avvenuto l’11 luglio successivo, con l’accusa di aver pilotato una gara d’appalto dell’Autorità portuale, ma in realtà con l’ipotesi investigativa del pm Paola Tonini e del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia di aver fatto da grande manovratore di un flusso enorme di tangenti verso politici locali e nazionali per mantenere il dominio del Consorzio sui lavori pubblici a Venezia, non solo del Mose. Ed è per questo che molti, soprattutto a Venezia, hanno sollevato dei dubbi sull’opportunità di una somma così elevata per un personaggio sul quale ora ci sono molte ombre.

Anche il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, pur premettendo che «sono partite che riguardano il mondo del privato», non si è sottratto al ragionamento: «Mettendomi nei panni di un lavoratore che guadagna mille euro al mese e che legge di una liquidazione come questa, sicuramente qualche pensiero può venire in mente».

Chi è pronto a dare battaglia è il senatore del Pd Felice Casson, da sempre contrario al Mose e critico nei confronti del Consorzio, che sta studiando un’interrogazione al ministero delle Infrastrutture (che, attraverso il Magistrato alle Acque di Venezia, è il committente dell’opera), Maurizio Lupi. «Vorrei capire bene da dove vengono quei 7 milioni, se sono fondi privati del Consorzio oppure se vengono dal famoso 12 per cento che le aziende si trattengono sui fondi statali», dice Casson.

Il senatore, dopo una battuta («bisognerebbe che quei soldi fossero sequestrati e restituiti alla città, Venezia e i veneziani sono parte offesa»), non risparmia gli strali: «Dal punto di vista del diritto, quella liquidazione può anche avere un fondamento, ma dal punto di vista sociale e politico, la mia critica è durissima: con la crisi che c’è, vengono buttate via risorse».

Il Corriere del Veneto – 11 marzo 2014 

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