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Torino. “Seviziatori di granchi”. I pm contro i pescivendoli. Rischiano il processo i titolari di tre stand a Porta Palazzo

di Massimiliano Peggio. Le accuse rivolte ad alcuni venditori di pesce del mercato di Porta Palazzo non lasciano scampo. «Avere per crudeltà o senza necessità sottoposto granchi e astici a sevizie e comunque a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi.

Segnatamente, nell’effettuare un controllo presso lo stand dodici del mercato ittico di piazza della Repubblica 27, si accertava la presenza di granchi e astici appoggiati direttamente sul ghiaccio e fuori dall’acqua». Così tre commercianti del mercato coperto rischiano ora un rinvio a giudizio per maltrattamento di animali. Per aver messo in vendita granchi e astici vivi procurando loro sofferenze. E tra i banchi è scoppiata la protesta.

Il sopralluogo

Il caso scoppia il 14 gennaio scorso, quando la polizia municipale effettua un controllo su segnalazione di alcuni volontari torinesi della Lac, Lega per l’abolizione della caccia. «I volontari – scrivono gli agenti nell’annotazione di servizio inviata in procura – hanno segnalato una situazione di maltrattamento di animali presso il mercato ittico. Nello specifico hanno riferito, dopo aver fatto un sopralluogo, di aver notato in alcuni stand astici vivi posti sul ghiaccio con chele legate, granchi vivi sul ghiaccio e anguille vive in acqua all’interno di una bacinella senza ossigenatore e depuratore. Gli animali davano segni di sofferenza».

Gli agenti controllano subito gli stand e annotano i risultati della loro ispezione. In uno stand trovano un solo granchio, in un altro due e così via. Identificano i venditori e testano le condizioni dei crostacei. «I granchi – specificano – risultavano vivi in quanto ad un lieve contatto le chele si muovevano». Poi denunciano i commercianti, contestando loro il reato che punisce le «condizioni incompatibili con la natura degli animali e produttive di gravi sofferenze». E così gli atti della polizia municipale finiscono in procura.

Accuse più gravi

Ma la legge è legge, non ammette eccezioni. Negli uffici della procura le accuse vengono tramutate in un reato più grave: maltrattamento di animali, punito con pene più severe. Da tre mesi a un anno di reclusione. «Pena aumentata della metà se deriva la morte dell’animale», recita il codice penale. E secondo la Cassazione non ci sono vie d’uscita: mettere granchi e astici su un letto di ghiaccio è un maltrattamento, come per qualsiasi altro animale. Per venderli vivi occorrono vasche attrezzate e ossigenate. Se invece si espongono sul ghiaccio devono essere morti. Questione di norme, altro che di alta cucina. Per questi motivi tre commercianti hanno ricevuto nei giorni scorsi l’avviso di chiusura indagini, col rischio di finire di fronte a un giudice. Uno con la contestazione di maltrattamenti ad un solo granchio, un altro a tre granchi, un terzo a 5 granchi e 4 astici.

La difesa

I commercianti, assistiti dagli avvocati Gianpaolo Pantina e Natascia Taormina, non ci stanno a passare per criminali. E sono decisi da dare battaglia, non solo a difesa di tutti i gourmet torinesi amanti dei crostacei. «Se noi siamo criminali – dice Ornella Bevolo, portavoce della protesta dei pescivendoli di Porta Palazzo – lo sono tutti gli operatori della filiera. Da chi pesca i crostacei in mare aperto, a chi li mette in vendita all’ingrosso. Noi, infatti, li preleviamo come ci vengono consegnati, nei contenitori col ghiaccio. E a ben guardare anche i consumatori potrebbero essere accusati di maltrattamenti. Mettono granchi e astici in borsa, li portano a casa insieme al resto della spesa. Infine li cucinano in acqua bollente. Allora vietiamo la vendita del tutto». Non solo. Se la prendono anche con le norme, definite incoerenti. «A dirla tutta – dicono i commercianti del pesce – le vasche non servono ad eliminare le sofferenze dei crostacei ma solo a conservarli a lungo».

La Stampa – 5 aprile 2014 

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