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Tra Paesi poveri e “Stati canaglia”. Viaggio nell’altra Expo. Solo poster per la Corea del Nord, l’Iran dimentica Khomeini

Alberto Mattioli. D’accordo: l’Expo appartiene a quel genere di manifestazioni, come le Olimpiadi, le sessioni plenarie all’Onu, le Giornate mondiali della gioventù e le interviste tivù a Renzi, che celebrano la fratellanza universale, la buona volontà, l’embrassons-nous, il volemose bene. Pace e buona volontà. Proprio per questo, alcuni Paesi incuriosiscono più di altri, perché o molto poveri o molto in guerra o molto politicamente scorretti, alcuni perfino di quelli che gli americani chiamano «Stati canaglia».

I più poveri non hanno nemmeno il padiglione ma sono sistemati nei famosi o famigerati (sono le installazioni più «indietro» e meno pronte) «cluster», teoricamente tematici. Per esempio, il Bangladesh ha una stanzetta nel cluster «Riso», preceduto da alcune risaie in miniatura che per il momento sembrano solo dei quadratini di fango in cornice. La visita non è lunga, una volta letti, ma anche no, i poster in inglese del Bangladesh Rice Institute. L’artigianato in vendita offre pantofoline di corda, pifferi da ora di Educazione musicale alle medie (3 euro) ed elegantissime sciarpe di seta spessa (60 euro). Tanto vale allora farsi un po’ più in là, nello spazio del Burundi al cluster «Caffè». Qui c’è meno ancora, anzi nulla a parte un addetto un po’ spaesato, altri poster ma stavolta dell’ufficio del turismo che descrive il Paese come «heart of Africa» e qualche giraffina di legno. In compenso, si apprende che la capitale si chiama Bujumbura.

L’unico Paese che espone ancora di meno, e qui passiamo dalla categoria poveri alla categoria poveri ma con gulag e bombe atomiche, è la Corea del Nord: non ci sono nemmeno gli addetti. In effetti, spiega una volontaria davanti al cluster «Isole, mare e cibo», per il momento i nordcoreani nessuno li ha visti, se non sui poster. Alle pareti ce ne sono sei, ma quelli imperdibili sono due: in uno, ecco il monumento all’eroico contadino e all’eroica operaia comunisti (oppure forse sono l’eroica contadina e l’eroico operaio, ma di certo comunisti); nell’altro, il francobollo celebrativo della partecipazione nordcoreana all’Expo, visto che le poste di Pyongyang non perdono tempo. Nessuna traccia dell’attuale caro leader Kim Jong-un, nemmeno dipinto, né di alcun altro. Mistero. E mistero doppio perché il Paese sia stata messo nelle Isole, fra le Maldive e il Madagascar, quando la Corea è una penisola senza nemmeno la Sicilia e la Sardegna. Boh. Invece, la stanza dell’Afghanistan nel cluster «spezie» è elegantissima, come si conviene al Paese dell’uomo più chic del mondo, l’ex presidente Karzai. Poca roba ma bella, tappeti antichi e lapislazzuli moderni a incastonare spezie e frutti secchi come fossero gioielli. Benissimo anche il padiglione dell’Iran, che è molto bello (una specie di orto aperto da un lato e che dall’altro diventa un enorme schermo) e politicamente molto interessante. Se c’è la prova che il Paese, specie dopo l’accordo sul nucleare, ha una gran voglia (e forse un gran bisogno) di aprirsi al mondo, è qui. Nessun ritratto di Khomeini, per cominciare, né alcun riferimento all’Islam. Si punta invece sul retaggio della grande cultura persiana, con busti in porporina di Avicenna e Nasir al-Din al-Tusi, «inventore della trigonometria»: come se noi per attirare turisti ostendessimo i ritratti di Dante o di Tommaso d’Aquino. Nader parla un perfetto italiano e cerca di spiegare che l’Iran aspetta gli stranieri a braccia aperte, che no, non è un Paese arabo e che le donne per visitarlo non devono velarsi da capo a piedi: «Sa dove ho visto il primo burqa della mia vita? Qui a Milano». Gli iraniani continuano a voler prendere l’Occidente per la gola, ma stavolta in senso proprio: al ristorante si mangia così bene che hanno dovuto aggiungere dei tavoli e, testimonianza personale, con lo zafferano iraniano in pistilli, il risotto alla milanese viene benissimo e giallissimo.

Infine, il Kazakistan del discusso presidente Nazarbaev. Il padiglione è uno dei più belli e l’unico dove si faccia spettacolo continuamente, con concertini, canti e balli. Visto che la musica popolare kazaka è un po’ come i musical di Cocciante, sentiti cinque minuti sentito tutto, si immagina la gioia degli addetti al vicino stand della Franciacorta, che se la sorbettano tutto il giorno e tutti i giorni. In compenso, all’interno la visita guidata ha due show imperdibili.

Uno è quello della kazaka che illustra l’enfatico testo sulla storia e gloria del Paese disegnando in diretta sulla sabbia, ritramessa su grande schermo. L’altro, lo spettacolare cinema in 3D che racconta le realizzazioni del regime, gli immancabili destini del Kazakistan e lo splendore della sua capitale Astana con un’enfasi al cui confronto i cinegiornali Luce sul Duce sembrano un discorso di Cuperlo. Per inciso, l’Expo del 2017 si svolgerà proprio ad Astana. In un’orgia di superlativi.

La Stampa – 10 maggio 2015 

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