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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Rassegna Stampa»Seu. Trento, «Mio figlio in coma dal 2017 per un pezzo di formaggio. La pediatra disse: “Sono troppo stanca per visitarlo”»
    Rassegna Stampa

    Seu. Trento, «Mio figlio in coma dal 2017 per un pezzo di formaggio. La pediatra disse: “Sono troppo stanca per visitarlo”»

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati19 Marzo 2024Aggiornato:19 Marzo 2024Nessun commento9 Minuti di lettura
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    di Marzia Zamattio. Il Corriere della Sera

    Mattia Maestri oggi ha oggi 11 anni: ne aveva 4 quando ha contratto la Seu, per aver mangiato del formaggio di latte crudo. La dottoressa che non lo visitò è stata rinviata a giudizio. Il padre: «Ora spero nella condanna»

    «Da sette anni la nostra vita è un inferno, da quando nostro figlio è in stato vegetativo, ma continuiamo a combattere perché tragedie simili non devono ripetersi». È un dramma infinito quello raccontato da papà Gian Battista Maestri, geometra di 49 anni, iniziato il 5 giugno 2017 quando il figlio, Mattia di 4 anni, mangia il formaggio prodotto con latte crudo Due Laghi del caseificio sociale di Coredo, in Val di Non, contaminato da escherichia coli e contrae la Seu. La corsa all’ospedale di Cles, poi al Santa Chiara di Trento, dove arriva in condizioni gravissime ma la pediatra si rifiuta di valutare il suo caso perché «troppo stanca». La dottoressa è stata rinviata a giudizio per lesioni e rifiuto di atti d’ufficio. A dicembre, l’ex presidente del caseificio Lorenzo Biasi e il casaro Gianluca Fornasari sono stati condannati per lesioni gravissime dal giudice di pace a una multa di soli 2.478 euro.

    Maestri, state combattendo due battaglie assistiti dai vostri legali Paolo Chiariello e Monica Capello: come vi sentite dopo il rinvio a giudizio della pediatra?
    «Una grande soddisfazione per me e mia moglie Ivana. È una battaglia civica: quella dottoressa dovrebbe cambiare lavoro, invece si trova ancora al suo posto in ospedale».

    La Procura sostiene che il rifiuto ha causato un ritardo nella diagnosi della malattia, la Seu, scoperta tre giorni dopo, siete arrabbiati?

    «Certo, c’è molta rabbia verso la dottoressa, quei tre giorni sono stati importanti, ma la colpa principale rimane del caseificio, se mio figlio non avesse mangiato quel formaggio starebbe bene. Eppure era un prodotto consigliato proprio per la merenda dei bambini».

    Cosa ricorda di quel giorno?

    «Mio figlio dopo aver mangiato il formaggio — ne era ghiotto — si è sentito subito male, siamo corsi prima all’ospedale di Cles dove l’hanno tenuto in osservazione, poi visto l’aggravarsi della situazione l’hanno trasferito a Trento. Al pronto soccorso pediatrico, la dottoressa che lo visitava ha chiesto un consulto alla pediatra, che però le ha risposto: non adesso, sono stanca è tutto il giorno che corro. L’abbiamo sentita noi».

    Poi cosa è successo?
    «La dottoressa, una chirurga, a quel punto l’ha portato nel suo reparto dove è stato operato di appendicite, in quelle condizioni, ma non si trattava di quello. Se la pediatra l’avesse visitato, almeno non l’avrebbero operato e magari non sarebbe peggiorato».

    Invece.
    «Invece, è entrato in coma ed è stato ricoverato per un mese in terapia intensiva all’ospedale di Padova e per un anno in una clinica riabilitativa a Conegliano, dove ci hanno potuto solo insegnare come gestirlo a casa, ormai era in uno stato vegetativo insanabile. Mia moglie si è licenziata e da quel momento lo gestisce giorno e notte: 47 farmaci al giorno, uno ogni ora e mezza».

    Deve essere durissima.
    «È una sofferenza. Anche io non lavoro ora. Ma è una battaglia che conduciamo per gli altri, per mio figlio non c’è più niente da fare, è sempre più grave, l’ultimo ricovero è stato due settimane fa. La malattia non si ferma, ma vorremmo che fosse rispettato».

    Cosa intende?
    «Dopo questa tragedia, al caseificio sociale di Coredo è stato conferito il marchio di qualità per un prodotto, un riconoscimento che ci indigna. Vogliamo che ritirino la targa e che si dimettano i responsabili dell’Azienda per il turismo che lo ha consegnato. E vietino i prodotti con latte crudo per i bambini come in Francia».

    Infezione Seu, che cos’è la sindrome emolitico-uremica causata dal batterio E. coli

    Nella forma tipica, la sindrome emolitico-uremica è complicanza di un’infezione intestinale causata da particolari ceppi di E. coli, che producono una potente tossina

    Infezione Seu, colpisce i bambini piccoli e può essere gravissima

    E. coli (Getty Images)

    La sindrome emolitico-uremica (Seu), malattia del piccolo M. M. che da anni è in stato vegetativo a causa di un pezzo di formaggio prodotto con latte crudo, è una malattia rara che rappresenta però la causa più importante di insufficienza renale acuta nell’infanzia, in particolare nei primi anni di vita. Nella sua forma tipica (70-80% dei casi) è causata da un’infezione intestinale causata da particolari ceppi di Escherichia coli (E. coli), produttori di una potente tossina, detta shiga-tossina (o verocitotossina), che entra nel circolo sanguigno e colpisce soprattutto il rene. Il ceppo batterico è chiamato E. coli produttore di shiga-tossina (o Stec). Le forme atipiche di Seu sono invece generalmente riconducibili a fattori genetici e pertanto possono colpire persone della stessa famiglia. Esistono infine rari casi in cui la Seu si sviluppa a seguito di un’infezione sistemica da Streptococcus pneumoniae (pneumococco).

    In Italia ogni anno si registrano mediamente 40-50 casi di Seu in bambini di età inferiore ai 15 anni; la fascia di età più colpita è quella tra 0 e 4 anni. I sintomi principali della Seu sono anemia emolitica (globuli rossi frammentati ed emoglobina ridotta), piastrinopenia (piastrine in numero ridotto) e insufficienza renale acuta di grado variabile. Il 25-30% dei pazienti rischia anche complicazioni neurologiche. La Seu può essere fatale nel 3-5% dei casi e una percentuale simile di pazienti sviluppa insufficienza renale cronica, con necessità di dialisi a vita.

    I rischi del latte crudo

    L’E. coli è un batterio diffusissimo e non sempre «cattivo». Vive infatti come commensale in molti organismi, compreso il corpo umano, contribuendo allo svolgimento di diverse funzioni. Purtroppo esistono anche ceppi molto pericolosi di E. coli, come appunto gli Stec. Questi ultimi sono normalmente presenti nell’intestino dei ruminanti, in particolare i bovini, che sono però portatori asintomatici. Le loro feci possono, quindi, contaminare la carne e il latte durante la macellazione e la mungitura. Qualora la carne sia contaminata e venga consumata poco cotta, il germe può essere trasmesso all’uomo. Nel caso del latte, solo quello crudo (non pastorizzato) può essere veicolo di infezione. È possibile il contagio da persona a persona, attraverso la via oro-fecale. Inoltre può avvenire per contatto diretto con gli animali o con acqua e vegetali contaminati da feci (per esempio tramite i fertilizzanti prodotti con queste ultime). Il periodo di incubazione dell’infezione da Stec (tempo tra l’ingestione del batterio e l’inizio dei sintomi) è compreso tra 1 e 5 giorni. L’infezione da Stec non è rarissima, ma solo nel 10% dei casi evolve in sindrome emolitico-uremica (Seu).

    Le norme igieniche

    I consigli per prevenire la Seu sono evitare il consumo di carne poco cotta, specialmente carne macinata (hamburger, tartare) o carpaccio, e di latte crudo non pastorizzato e derivati. Inoltre bisogna evitare la contaminazione di alimenti pronti per il consumo (come insalate) con carne cruda, per esempio usando lo stesso coltello o lo stesso tagliere. Come per altre infezioni intestinali, le persone con diarrea, soprattutto bambini, vanno isolati dalla comunità fino alla guarigione. In caso di infezione intestinale da Stec, i familiari del malato devono osservare norme igieniche rigide: le normali operazioni di pulizia ambientale e igiene personale (in particolare il lavaggio delle mani) sono sufficienti a evitare la diffusione dell’infezione. È bene inoltre lavare accuratamente le mani dopo aver visitato una fattoria o aver accarezzato animali.

    Come si arriva alla diagnosi

    Generalmente i primi sintomi della malattia sono diarrea, a volte con presenza di sangue, vomito e dolore addominale intenso, ai quali fanno seguito anemia emolitica, piastrinopenia e insufficienza renale (con oliguria, ovvero scarsa produzione di urine, o anuria, ovvero assente produzione di urine): quest’ultima comporta nella maggior parte dei casi il ricorso alla dialisi, temporanea o – nei casi peggiori – definitiva. La diagnosi di Seu si basa su sintomi clinici, esami del sangue e di funzionalità renale. Nei casi più gravi possono comparire manifestazioni di carattere neurologico come sonnolenza, confusione, ottundimento dei sensi, strabismo e convulsioni, coma. La febbre non è quasi mai presente o comunque non supera, di norma, i 38°. Quando si verificano casi di Seu nelle scuole, specialmente materne e asili nido, bisogna prestare particolare attenzione per evitare che l’infezione si trasmetta ad altri bambini. Il contagio persona-persona è frequente e occorre osservare misure rigide: igiene personale, lavaggio frequente delle mani, cambio di indumenti che siano venuti a contatto con le feci, disinfezione delle superfici. Nel caso di Seu dovuta ad infezione da Stec è molto importante che i familiari del bambino malato si sottopongano a un esame delle feci per la ricerca dei batteri, soprattutto se hanno sofferto di sintomi gastroenterici anche lievi (diarrea, dolore addominale, vomito).

    I danni a reni e cervello

    Ma come avviene l’infezione? I batteri Stec, una volta entrati nell’organismo, colonizzano la mucosa intestinale e rilasciano la shiga-tossina. Questa si lega a recettori specifici (Gb3) presenti sui villi intestinali, inducendone la distruzione, che a sua volta favorisce l’ingresso in circolo della tossina. A quel punto la tossina raggiunge il suo tessuto bersaglio, ovvero gli endoteli di intestino e reni. L’endotelio è il tessuto che riveste l’interno dei vasi sanguigni. Essendo il rene e il cervello organi ricchi di endotelio, rischiano gravissimi danni durante la fase acuta dell’infezione. La gravità dei sintomi intestinali dipende dal livello di diffusione della tossina ed è molto variabile: dalla diarrea fino alla colite emorragica, caratterizzata da forti dolori addominali e abbondante perdita di sangue con le feci.

    Rivolgersi a Centri specializzati

    Il decorso della Seu può essere molto rapido e pertanto è importante rivolgersi subito a Centri specializzati, in grado di fornire un’adeguata terapia. Durante la fase di insufficienza renale è indispensabile il ricovero in un Centro di nefrologia che possa garantire la dialisi ed eventualmente la plasmaferesi (separazione della componente liquida da quella corpuscolata del sangue). Va sottolineato che la terapia antibiotica non è necessaria (come nella stragrande maggioranza delle diarree infettive) e può anzi favorire il rilascio della tossina nell’intestino da parte dei batteri Stec. È invece opportuno monitorare i parametri del sangue e la funzione renale dei pazienti con sospetta infezione intestinale da Stec, in quanto a rischio di sviluppare la sindrome emolitico-uremica.

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