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Un lavoratore su 3 cura mamma e papà. Aumenta la quota di chi si occupa dei familiari non autosufficienti, ancora in attesa di una legge che ne riconosca il ruolo

Il Sole 24 Ore. A qualcuno non accade, perché la vita regala autonomia ai propri familiari fino alla fine. A molti, però, sì, accade che la mamma ottantenne non cammini più o il papà, purtroppo, sia alle prese con una malattia degenerativa. Ed è così che vanno ad ingrossare le fila dell’esercito dei caregiver, ai più invisibile, ma molto numeroso. Si compone di 8 milioni di persone che si occupano di familiari non autosufficienti. È un esercito silenzioso che svolge un lavoro sociale importantissimo e, da anni, attende una legge che ne riconosca il ruolo. Molti lo fanno in parallelo al proprio lavoro principale. Uno studio realizzato da Jointly (società che si occupa di consulenza e servizi di welfare) e dall’Università Cattolica di Milano, su un campione di 30mila lavoratori di aziende medio grandi, ha rilevato che un addetto su tre è caregiver. Una condizione non sempre resa nota ai colleghi.

Nei prossimi decenni assisteremo a coorti di popolazione in età anziana, quindi over 65 anni, sempre più infoltite dalle positive condizioni di sopravvivenza presenti e future, che, secondo l’Istat, nel 2065 consentiranno agli uomini di vivere in media 86,1 anni e alle donne 90,2. Il picco di invecchiamento, in Italia, è atteso nel 2045-2050, quando la quota degli ultrasessantacinquenni supererà il 34%: questo significa che, allora, oltre un italiano su tre avrà più di 65 anni. E grandi aspettative per diventare un ottuagenario. Con molto bisogno di cura, però, e un impatto forte su economia e mondo del lavoro. «I cambiamenti del contesto sociodemografico, unitamente all’innalzarsi della soglia pensionistica, stanno modificando rapidamente la demografica delle popolazioni aziendali», spiega Francesca Rizzi, amministratore delegato di Jointly.

In azienda cresce quella fascia di lavoratori senior che viene chiamata sandwich generation, schiacciati tra il lavoro di cura dei figli, che ancora non hanno raggiunto l’autonomia, e il lavoro di cura dei familiari anziani o non autosufficienti. Già, perché il lato B di ogni lavoratore genitore di uno o più figli è che è anche, a sua volta, figlio. E, con l’aumento delle aspettative di vita, conoscerà un periodo, più o meno lungo, in cui dovrà prendersi cura dei familiari. «In maniera molto diversa da quanto accade nel caso della maternità e della paternità che hanno un inizio certo, che coincide con la nascita, e una fine spesso prevedibile, che coincide con l’autonomia dei figli – interpreta Rizzi -. Nel caso dei familiari che diventano non autosufficienti è difficile prevedere se e quando questo accadrà e quanto a lungo si protrarrà il periodo di cura».

Tra i caregiver, il 77% dichiara che, spesso o quotidianamente, è impegnato nell’assistenza a un familiare che diventa praticamente un secondo lavoro. Uno su quattro poi deve gestire, contemporaneamente al familiare non autosufficiente, anche figli piccoli o adolescenti. Quando si parla di conciliazione vita lavoro e welfare aziendale, il nuovo target diventano proprio i lavoratori caregiver. Così, se un tempo le politiche aziendali dovevano confrontarsi principalmente con le sfide legate alla genitorialità, intesa come maternità e paternità, oggi devono confrontarsi sempre più con i caregiver. Che sono uomini nel 61% dei casi e donne nel 39%. È vero che anche nel caso del familiare anziano, il carico di cura tende più frequentemente a cadere sulla componente femminile del nucleo familiare, ma è altresì vero che la ricerca ha rilevato un’incidenza più importante di uomini che si attivano per assolvere le necessità di cura del familiare.

In azienda l’impatto di tutti questi fattori si traduce innanzitutto in termini di assenteismo : in media, secondo l’Osservatorio di Jointly, chi beneficia della legge 104 si assenta 15 giorni in più all’anno. Ma le conseguenze possono essere anche l’uscita anticipata dal mondo del lavoro che viene almeno valutata nel 15% dei casi e il rischio di burnout legato a stress, preoccupazione e fatica emotiva.

Per sostenere i dipendenti caregiver le imprese, soprattutto quelle più grandi, si sono attivate «anche per offrire servizi per suppportare i lavoratori – dice Rizzi -. Tra i servizi più richiesti, secondo quanto emerge dai dati di Jointly fragilità, il servizio dedicato proprio ai caregiver, c’è la ricerca di un assistente familiare, ma anche di strutture residenziali, informazioni su aiuti economici e servizi, supporto psicologico, amministrativo e legale perché, spesso, chi ha un familiare non autosufficiente non conosce tutti i canali di aiuto e sostegno economico che ci sono».

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