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Un mini decreto salva superpensione dei manager di Stato

Un comma scritto il giorno dopo l’approvazione del Salva Italia (che fissava il tetto agli stipendi) – La retribuzione calerebbe ma non i contributi. Si attende un chiarimento da Palazzo Chigi

Parole decisive «… con riferimento alle anzianità contributive maturate…» Si tratta di una leggina di due articoli. Il secondo servirebbe a garantire ai manager di Stato la pensione, secondo i parametri precedenti alla norma del decreto Salva Italia che ha ridotto gli stipendi.

Ricordate il tetto agli stipendi dei manager della Pubblica amministrazione previsto dal decreto Salva Italia? Il governo ha mantenuto la promessa. I123 marzo scorso un decreto attuativo del presidente del Consiglio ha fissato a un massimo di quasi 294mi1a euro il compenso annuo dei più alti funzionari di Stato. Nei giorni in cui si discute del dramma degli esodati, degli sprechi della politica e della spending review, questa sembra una storia a lieto fine. La storia di una promessa mantenuta. Un segnale di equità, insomma. Invece ora spunta fuori una norma di poche righe che potrebbe – condizionale d’obbligo – salvare le pensioni di alcuni super-manager della Pubblica amministrazione dalla tagliola prevista dal Salva Italia. Una norma nascosta all’interno di un decreto, licenziato dal consiglio dei ministri il 24 marzo, che entro un mese arriverà in Parlamento per essere convertito in legge. Il sincronismo farebbe sospettare anche i meno maliziosi. 1123 marzo Mario Monti firma il decreto attuati-vo con cui dà seguito alla norma prevista dal Salva Italia e fissa a 293.658,95 euro annui il «limite massimo retributivo» per manager e consulenti della Pubblica amministrazione. La scelta della cifra non è casuale visto che, nell’individuare il tetto massimo dell’anno 2011, il governo ha scelto di parificarla allo stipendio annuo del primo presidente della Corte di Cassazione. Esattamente ventiquattr’ore dopo, 1124 marzo, il Consiglio dei ministri licenzia un decreto legge di due articoli. 11 primo è costituito da due commi che, di fatto, sono due emendamenti ad altrettante leggi che riguardano temi completamente diversi. Il primo comma, scritto in un italiano corrente e molto comprensibile, è il provvedimento che istituisce «presso il ministero dell’Economia e delle Finanze (…) un osservatorio sull’erogazione del credito da parte delle banche e delle imprese». Il secondo, strano ma vero, si propone di emendare proprio l’articolo del Salva Italia, il «23-ter», che conteneva la norma sul taglio degli stipendi ai manager della Pubblica amministrazione. Esattamente quello che, un giorno prima, aveva avuto attuazione con il decreto del presidente del Consiglio. Si tratta di una decina di righe che, al contrario del comma che istituisce l’osservatorio sul credito, sono vergate in un diabolico burocratese. Dieci righe in cui, in merito al tetto agli stipendi dei manager della Pubblica amministrazione, si precisa che «resta fermo che ai fini previdenziali le disposizioni di cui al presente comma operano con riferimento alle anzianità contributive maturate a decorrere dalla data di entrata in vigore del predetto decreto del presidente del Consiglio dei ministri con riferimento ai soggetti che alla data del 22 dicembre 2011 abbiano maturato i requisiti per l’accesso al pensionamento e risultino essere percettori di un trattamento economico imponibile ai predetti fini superiore al limite stabilito dal presente comma, purché continuino a svolgere, fino al momento dell’accesso al pensionamento, le medesime funzioni che svolgevano alla predetta data».

BUROCRATESE AD HOC Che cosa vuol dire? Nelle stanze dei tecnici di Palazzo Chigi e del ministero dell’Economia si sono formate due scuole di pensiero. La prima sostiene che il comma del mistero sia un atto dovuto, che serve a evitare gli effetti retroattivi della norma taglia-stipendi contro cui qualche Pa-perone di Stato avrebbe potuto ricorrere. Stando a questa scuola di pensiero, insomma, il governo – nell’introdurre il tetto massimo agli stipendi – avrebbe messo al riparo, ai fini previdenziali, i versamenti oltre il tetto massimo effettuati in precedenza. Domanda: ma perché farlo soltanto per i super-manager anziani, che rimarranno fino alla fine della loro carriera «nelle medesime funzioni» in cui stavano a dicembre scorso e non per tutti? E qui spunta la seconda scuola di pensiero. Tra i tecnici del ministero dell’Economia, infatti, c’è chi sostiene che la norma contenuta nel decreto legge del 24 marzo scorso può consentire a una decina di «superfortunati» di preservare l’assegno della pensione dalla riduzione prevista dal tetto imposto agli stipendi. Traduzione: il Salva Italia taglia le pensioni e fissa un limite agli stipendi degli alti burocrati? Bene. Chi chiuderà la carriera nella Pubblica amministrazione nel giro di un paio d’anni senza cambiare l’attuale incarico perderà sì la differenza tra il vecchio stipendio (tanto per fare due esempi, il capo della Polizia Antonio Manganelli guadagnava 621mila euro, il ragioniere di Stato Mario Canzio 562 mila euro) e quello nuovo (293mila). Ma i contributi versati anche dopo la norma del taglia stipendi, stando a quello che sostengono alcuni tecnici di via XX settembre, potrebbero con questa leggina essere tarati sui vecchi stipendi e non sul nuovo (ridotto).

• Censire e dare un nome agli eventuali beneficiari è impossibile, anche perché nessuno può sapere se, tanto per restare nei precedenti esempi, Manganelli (classe ’50) o Canzio (classe ’47) chiuderanno la loro carriera nelle reciproche postazioni. Ma il decreto del 24 marzo potrebbe forse restituire a qualche alto funzionario, magari meno esposto sul piano pubblico, una parte dei soldi persi col nuovo tetto degli stipendi. Grazie a un intervento in extremis su quella parolina magica che per troppi è diventata un dramma e per pochissimi una risorsa: la pensione. È davvero così? Oppure si tratta di un clamoroso errore che favorirà pochi fortunati? Forse, il decreto andrebbe semplicemente spiegato per fugare ogni dubbio.

L’Unità – 26 aprile 2012

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