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Una notte sulle tracce dei lupi della Lessinia. Gli esperti: «Si può stare certi solo di una cosa: il più delle volte “lui“ ti vede e tu non lo sai»

La notte è senza suoni né vento, fredda. Il lupo è da qualche parte, nei «vaj» che incidono la Lessinia centrale. È una presenza invisibile, lo sanno gli animali che cercano di fuggirlo e gli uomini che lo stanno aspettando, per carpirgli altri segreti, altre immagini. Lui, l’emblema di ogni paura atavica, ritornato nel 2012 sull’altopiano da cui era stato cancellato a colpi di fucile nella prima metà dell’Ottocento, si è ripreso il ruolo di predatore protagonista.

Amato come testimone di un ambiente in pieno rigoglio di salute. E odiato, per le predazioni sul bestiame in alpeggio. Inconsapevole portatore di discordie. Silenzioso, invisibile, presente.

APPOSTATI. L’erba è coperta di brina, il cielo è ancora acceso di stelle. Una linea d’alberi nasconde cinque uomini, silenziosi, accovacciati dietro i cavalletti con teleobiettivo e cannocchiali. Fa freddo, non c’è ancora luce ma si intuisce l’aurora. Il lupo potrebbe farsi vedere, oppure no, anche se proprio qui, in questo angolo di Lessinia, passa una delle sue piste più consuete. Uno dei «corridoi» della sua abitazione di 200 chilometri quadrati (in gergo scientifico «home range»). «Alla fine serve sempre il “fattore C“…», scherzavano una mezz’ora prima davanti a un caffè Fulvio Valbusa, vicecomandante della stazione del Corpo Forestale dello Stato di Boscochiesanuova e Paolo Parricelli, guardia del Parco Naturale Regionale della Lessinia. Nel gruppo ci sono anche Emanuele Iannone, il comandante della Forestale lessinica e Simone Tiso, giovane tirocinante per la laurea magistrale a Padova in Scienze della Natura.

I contorni dell’altopiano emergono nella prima luce grigia. I minuti rallentano, il freddo punge di più. Lontano pascola un cervo. Più sotto si sente l’abbaio (scrocchio) di alcuni caprioli, forse spaventati da qualcosa. Scambio di cenni e sguardi ma, mentre l’alba avanza decisa, nulla si muove. I cannocchiali passano al pettine crinali e radure, volano i primi uccelli. L’altopiano prende il colore dell’oro quando il sole supera la linea di nuvole della pianura e il velo di brina svapora. Ma di «lui» non c’è segno. Anche caprioli e cervo si ritirano al coperto nei boschi. Un piccolo «codirosso» si posa su un arbusto e osserva lo strano gruppo: sarà lui l’unica «preda» dell’alba di veglia. Resta ancora poco da attendere, il lupo sa che la luce del giorno appartiene agli uomini, gli unici esseri che il suo istinto identifica come pericolo. E vale anche per quelli che lo hanno aspettato nel buio e che ora smontano obiettivi e cavalletti per andare alla ricerca di una bevanda calda. «Questo è un aspetto del monitoraggio… ti apposti per giorni, calcoli le probabilità ma “lui“ non sarà mai prevedibile, lo vedrai quando e dove meno te lo aspetti», sdrammatizzano Valbusa e Parricelli.

DI LUPI E PASCOLI. Caffè bollente al bar per cacciare il freddo dalle ossa. Si commenta la fine dell’alpeggio, con gli allevatori impegnati a radunare gli ultimi capi «ribelli» sparsi da un angolo all’altro dell’altopiano. E si finisce per riparlare di lupi ma anche di cacciatori «che sono contrari alla sua presenza» perché sottrarrebbe loro cervi, cinghiali e caprioli. «Molti non capiscono ancora come la tanto declamata biodiversità includa tutte le specie. Certo il lupo va “gestito“ al meglio ma, personalmente, lo preferirò sempre a un bracconiere», commenta Nereo Baltieri, presidente dell’Apeav (l’Associazione provinciale esperti accompagnatori della provincia di Verona, che guida nell’attività venatoria di selezione ). «In realtà», interviene Valbusa, «se gli ungulati in Lessinia sono ormai moltissimi è perché il bosco sta avanzando e ciò accade anche per una ridotta “coltivazione“ e rotazione dei pascoli. Una trasformazione che il Corpo Forestale osserva da anni e che ormai è sotto gli occhi. Il lupo pone un problema aggiuntivo di gestione, è vero, ma ciò avviene in un ambiente e un’economia del territorio che stanno comunque mutando».

IN «TRAPPOLA». La Panda «4X4» si conferma mito. «Quella vecchia era anche meglio», sorride Parricelli. Tra avvallamenti e strade forestali sconsigliate ai Suv si cercano tracce e «segni» del lupo. Ma la pioggia recente ha slavato gran parte delle orme, ne restano di volpe, tasso, cervo e capriolo ma solo un paio attribuibili alla famiglia «Slavc – Giulietta», che ora conta 12 bocche da sfamare. «La “coppia alfa“, due giovani e i sei cuccioli di quest’anno», conferma Paolo.

Resta una verifica. Zaini in spalla, per sentieri «da bestie» (nel senso letterale di tracciati dai selvatici), tra i «vaj», fino a una delle dieci «fototrappole» mimetizzate che sono parte della rete di monitoraggio del lupo lessinico. L’apparecchio, che scatta grazie a un sensore di movimento, è a posto, le pile cariche. Nella scheda, decimo di una serie di video c’è il lupo, che passa solitario nella notte del 10 ottobre, ignaro di essere spiato. Il resto ha per protagonisti caprioli, escursionisti e una banda di mucche vagabonde.«Beh, questi possiamo pure cancellarli…».

«CACCIA» FINITA. Ha vinto il «selvatico». «Non si può mai sapere… comunque si può stare certi solo di una cosa: il più delle volte “lui“ ti vede e tu non lo sai», ammettono i due esperti. Ed è svelato così quel senso di «presenza – assenza» quasi fisico tra la notte e l’alba. Lui forse vedeva senza farsi vedere. Da qualche parte, un giorno, le nostre piste si incontreranno.

Paolo Mozzo – L’Arena – 24 ottobre 2016 

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