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Veneto. Medici di famiglia contro. La riforma della Regione accende il conflitto. Battaglia sui dati sensibili

di Filippo Tosatto. Medici contro. La riforma della sanità di base voluta dalla Regione accende il conflitto tra le associazioni dei camici bianchi. Nei giorni scorsi, la Fimmg (cui aderisce il 77% dei medici di famiglia) ha proclamato lo stato d’agitazione, accusando l’esecutivo veneto di disattendere gli impegni, sbandierando un programma di assistenza e cura territoriale «truffaldino» perché privo di risorse reali.

Di tutt’altro avviso Smi, Snami e Intesa sindacale, l’ala «lealista» della categoria che ha sottoscritto l’accordo che istituisce la medicina di gruppo integrata e ne rivendica il valore: «È un progetto che investe sulla figura del medico di famiglia coadiuvato da un team di specialisti, dal cardiologo al diabetologo, e da un’équipe di infermieri e assistenti di studio a supporto del paziente», la tesi di Emanuele Mossutto, Salvatore Cauchi e Antonio Fania «e la novità per i cittadini sarà facilmente percepibile».

Qualche esempio? «L’adulto affetto da diabete potrà essere monitorato regolarmente dalla medicina di gruppo attraverso un infermiere e a seguirlo sarà il medico di fiducia con appuntamenti periodici: in caso di complicazioni, quest’ultimo contatterà il diabetologo che, nella stessa sede, rivaluterà il paziente. Analogo percorso è previsto per i prelievi e il dosaggio farmacologico dei pazienti sottoposti a terapia anticoagulante oppure per i cardiopatici che devono effettuare regolari misurazioni dei parametri. Insomma: meno viaggi, liste d’attesa accorciate e finalmente un interlocutore unico per il malato, non più costretto a girovagare da uno sportello all’altro». In tempi di de-ospedalizzazione galoppante – con riduzione di posti letto e degenze sempre più brevi e mirate – il nuovo modello si propone come alternativa e/o integrazione al ricovero, promettendo anche di alleggerire la pressione sul pronto soccorso. E l’incognita sugli investimenti? «Sono previsti e stanziati, chi lo nega fa propaganda». Ma quali sono i motivi reali di questa frattura? Perché, al di là delle rivalità tra sigle, toni tanto accesi? «Noi vogliamo tornare a fare i medici, spostando il baricentro dai timbri alla prestazione clinica, siamo pronti a lavorare in équipe ma non siamo imprenditori della sanità né ci prestiamo a forme di intermediazione commerciale». E quali sarebbero? «Ad esempio, Fimmg ha costituito NetMedica, una società informatica che elabora, a pagamento, i dati contenuti nel fascicolo sanitario del paziente. Noi crediamo che questo sia un compito istituzionale della Regione, che infatti dispone del sistema di software Doge, sia per ragioni di tutela della privacy che per evitare distorsioni speculative: la disponibilità di dati sensibili e riservati può costituire un boccone ghiotto sul mercato della sanità, a cominciare dall’industria farmaceutica».

Medici contro, si diceva. Su molti fronti, non su quello remunerativo. L’allusione ricorrente al loro presunto contratto “dorato” – 15 ore settimanali e redditi varianti tra i 120 e i 200 mila euro annuali – ha l’effetto di ricompattare la categoria: «Sciocchezze, tra ambulatorio, visite a domicilio, cronicità, aggiornamento e burocrazia, le ore di lavoro settimanali non sono mai inferiori alle 40. Il reddito,poi, è legato al numero dei pazienti ma in media si aggira sui 2500 euro netti mensili. Senza tredicesima né quattordicesima, con spese vive a nostro carico incluso il pagamento del collega che ci sostituisce quando andiamo in ferie». E gli introiti della libera professione? «Quello è un altro capitolo, noi siamo professionisti convenzionati, non lavoratori dipendenti».

Il Mattino di Padova -29 ottobre 2013 

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