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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Venezia. El dotòr, l’amalà, l’operassiòn. Se il Policlinico informa i suoi pazienti in dialetto: «Cosi riduciamo le distanze e tuteliamo la nostra cultura»
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    Venezia. El dotòr, l’amalà, l’operassiòn. Se il Policlinico informa i suoi pazienti in dialetto: «Cosi riduciamo le distanze e tuteliamo la nostra cultura»

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche7 Maggio 2014Nessun commento4 Minuti di lettura
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    Scordatevi il «paziente», che peraltro a volte ci ricorda come di pazienza ce ne voglia molta, quando si tratta di cure e ospedali: sul foglietto c’è scritto solamente amalà, come dice l’ottocentesco «Dizionario del dialetto veneziano» di Giuseppe Boerio, stella polare dell’intera operazione. E anche «medico» non c’è, perché chi conosce bene il vernacolo della laguna sa che tutti lo chiamano dotòr.

    E se infermiere ha solo perso la «e» finale, più complicato è stato tradurre le «complicanze»: ghe xe la possibilità de complicassion. Non è una commedia di Carlo Goldoni, anzi l’argomento è serio, serissimo. Si parla di salute, ma proprio perché ad avere maggiori problemi sono di solito le persone anziane, al direttore sanitario del Policlinico San Marco, il dottor Renzo Malatesta, è venuta in mente un’idea inedita: tradurre in dialetto veneto il formulario del cosiddetto «consenso informato», cioè quello che viene fatto firmare ai pazienti (torniamo a parlare in italiano…) prima di alcune operazioni, allo scopo di avvisare dei possibili rischi (che diventano ris-ci) e, appunto, complicassion. E così il titolo del documento diventa consenso informà all’operassion de impianto e nella prima riga del testo si dice che se spiega tutto all’amalà perché diga de sì.

    L’iniziativa, nata in accordo anche con alcune associazioni di volontariato e di tutela del consumatore, ha un doppio obiettivo. «Vuole contribuire da un lato a garantire una maggiore vicinanza tra il personale sanitario e il malato e dall’altro alla conservazione del patrimonio culturale rappresentato dalla “lingua dialettale” che caratterizza la nostra comunità», spiega il Policlinico in una nota che preannuncia una conferenza stampa nel corso della quale, domani, verranno resi noti i risultati della prima sperimentazione. Il consenso «alla veneta» è infatti già stato introdotto in corsia al Policlinico da alcune settimane e sperimentato con circa 300 pazienti. «In particolare abbiamo tradotto due consensi informati, quelli delle operazioni di innesto di protesi di anca e ginocchio, che riguardano soprattutto le persone anziane», continua Malatesta, spiegando invece che il resto dell’interventistica ortopedica che caratterizza la casa di cura privata convenzionata di Mestre — menischi, legamenti, piedi — generalmente è rivolta a persone più giovani per le quali quest’esigenza è meno sentita.

    Tutto è nato, in un certo senso, proprio dalla diffidenza di tanti anziani a quelle due paginette scritte in un mix tra burocratese e linguaggio medico, spesso di lettura molto ostica. E così il direttore sanitario ha deciso di provare la traduzione, incontrando subito un primo ostacolo: quello dei vari dialetti parlati da medici e infermieri della struttura, che rendevano praticamente impossibile arrivare a una soluzione unitaria. «Tanto per fare un esempio – continua Malatesta – noi a Treviso diciamo mejo, ma qui a Venezia di dice megio». E così si è rivolto a una nota scrittrice di libri in veneziano, Espedita Grandesso, e ha puntato su una strada anche filologicamente inattaccabile: quella del Dizionario di Boerio, integrato da un’opera più recente, ovvero il Dizionario italiano-veneto di Luigi Nardo, del 2009. «Non è stata un’operazione semplice – spiega Grandesso – ho cercato di rendere un po’ più “affabili” delle formule spesso molto rigide. Quando sono stata chiamata dal dottor Malatesta è stata una vera sorpresa, ma è stato un lavoro divertente». L’unica cosa davvero intraducibile sono state le malattie. «Una volta c’era la tubercolosi che veniva definita mal de peto, ma i termini medici in realtà non si possono tradurre», continua la scrittrice. Anche perché in ogni caso già nella Venezia ottocentesca i medici usavano termini derivati dal latino, che poi si sono spesso conservati fino a oggi.

    In attesa di conoscere i risultati della sperimentazione, pare che alcuni pazienti abbiano sottolineato che, pur parlando il dialetto, non sia stato facile comprenderlo nella forma scritta. E infatti inizialmente il Policlinico aveva anche pensato a un video. Resta il fatto che l’iniziativa è stata resa necessaria anche da un altro aspetto, se vogliamo definirlo così, sociologico: ovvero la grande mobilità degli infermieri, che spesso arrivano anche dall’estero, per esempio dalla Romania. E di fronte a un malato che, magari in Veneto, chiede qualche spiegassion, non sapevano che cosa dire.

    Alberto Zorzi – Corriere del Veneto – 7 maggio 2014 

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