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Verona. Dà da mangiare tacchini, operaio muore folgorato

La disgrazia in un allevamento di tacchini a Lavagno, parzialmente sequestrato. I carabinieri stanno indagando per stabilire le responsabilità. La vittima è un bracciante di 51 anni immigrato dalla Romania che stava lavorando su una ventola

Tragedia ieri mattina in un’azienda agricola in località Busolo a Lavagno. Marian Aldea, di 51 anni, ha perso la vita folgorato da una scarica di corrente da 380 volt mentre stava maneggiando i fili elettrici di una ventola di aerazione. La disgrazia è accaduta intorno alle 7 all’interno di un allevamento di tacchini. L’immigrato dalla Romania, regolarmente assunto all’inizio dell’anno come bracciante agricolo, si trovava nel capannone in cui vengono allevati 15mila tacchini, insieme al titolare Agostino Caloi. La fortissima scarica non gli ha lasciato scampo e l’intervento dei soccorritori di Verona emergenza, allertati dallo stesso proprietario, è stato purtroppo inutile.

LE INDAGINI. Sul posto sono immediatamente intervenuti i carabinieri della stazione di San Martino Buon Albergo, con il comandante Gianfranco Truddaiu, che stanno conducendo le indagini, coordinate dal pm Maria Federica Ormanni, per chiarire le responsabilità dell’accaduto. Quel che pare ormai certo è che la vittima non era attrezzata per compiere interventi di manutenzione su un impianto elettrico. E non era nemmeno il suo compito visto che il dipendente si doveva occupare degli animali. Si dovrà quindi stabilire se il dipendente stava facendo, senza precauzioni, lavori di riparazione sulla ventola malfunzionante di propria iniziativa o su disposizione di altri. Parte del fabbricato, intanto, è stato posto sotto sequestro fino alla chiusura delle indagini.

NORME DI SICUREZZA. Nel capannone di Lavagno hanno compiuto un sopralluogo anche i tecnici dello Spisal dell’Ulss 20 per accertare il rispetto delle norme di sicurezza. Il terribile incidente riporta in primo piano la questione delle condizioni di lavoro in agricoltura dove troppo spesso i pericoli per la vita degli addetti vengono sottovalutati.

MARIO. Nativo di Bacau-Comanesti, nella regione della Moldavia romena, una delle più povere e depresse del Paese dove tuttora vive la moglie, Marian Aldea risiedeva ormai da anni nel Veronese e agli inizi dell’anno era stato assunto dall’azienda Caloi. Mario, come tutti lo chiamavano italianizzando il suo nome, abitava in un casolare adiacente l’allevamento di tacchini. Il suo corpo è ora a disposizione dell’autorità giudiziaria nelle celle mortuarie dell’istituto di medicina legale del policlinico di Borgo Roma. Per il momento il magistrato ha stabilito un semplice esame esterno della salma dell’immigrato, la cui famiglia è tutelata dall’avvocato Stefano Poli.

IL FIGLIO. Sul luogo della tragedia, in mattinata, è arrivato, insieme a sua moglie, anche il figlio del povero Marian, Ciprian, dipendente di una ditta di pulizie che lavora negli ospedali scaligeri. Il giovane, visibilmente scosso per l’accaduto, ha voluto vedere il luogo in cui è morto suo padre. Per terra, vicino al capannone c’è un berretto. Ciprian lo indica: «Lo indossava mio papà, era un gran lavoratore, una persona buona, da Dio e ora è andato da lui… un fatto assurdo». Ciprian sembra ancora incredulo di fronte alla disgrazia che si è portato via suo padre. In azienda nessuno ha voglia di parlare. Incontriamo il cognato del titolare Agostino Caloi. «In questo momento non si può dire niente, ci sono gli accertamenti in corso» si limita a dire allargando le braccia. Un’imprudenza della vittima? Una leggerezza del suo datore di lavoro? Saranno le indagini a stabilire la verità di quanto è successo. L’unica cosa certa, per ora, è che un lavoratore di 51 anni è morto.

L’Arena – 15 luglio 2012

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