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    Veterinari, i numeri della crisi. Veneto, necessario il 25% di veterinari pubblici in più degli attuali. In 5 anni il 32% andrà in pensione

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati17 Settembre 2018Nessun commento4 Minuti di lettura
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    I rappresentanti dei medici e veterinari, in audizione in V commissione consiliare, criticano la proposta di Pssr per la mancanza dettagli attuativi per il raggiungimento degli obiettivi e per la mancanza di stanziamenti adeguati per realizzarli. Problemi anche in merito alla carenza degli organici: “Sarebbe necessario circa il 25% di veterinari pubblici in più degli attuali”.

    “Una grande dichiarazione d’intenti che tuttavia non contiene alcun dettaglio attuativo per il raggiungimento degli obiettivi indicati e, soprattutto, non stanzia le risorse per realizzarli”. La delegazione della Federazione veterinari e medici (Fvm-Sivemp) lo ha sottolineato in audizione sulla proposta di Pssr 2019-2023 della giunta regionale, davanti alla V commissione consiliare. “Questo  piano potrà aspirare a trovare realizzazione solo se il decisore politico vorrà e saprà coinvolgere i professionisti della sanità nel definire le strategie attuative – hanno rimarcato i rappresentanti Fvm – abbandonando le politiche dei tagli a favore di piani di investimento che rendano disponibili nuove risorse economiche”.

    Ad illustrare e osservazioni del sindacato erano presenti il segretario regionale, Franco Cicco, il vicesegretario regionale, Alberto Pozzi, e Maria Chiara Bovo per la componente Sivemp. I consiglieri hanno seguito con grande attenzione gli interventi.

    Un accento particolare è stato posto sull’emergenza degli organici che sta interessando i servizi ospedalieri, territoriali e veterinari. Nello specifico il segretario Cicco ha reso noti gli ultimi allarmanti dati sul personale dei servizi veterinari. “Oggi nelle 9 Ulss del Veneto, seconda regione italiana per produzione agroalimentare (ricordiamo che questo settore vale il 15% del Pil), sono in servizio complessivamente solo 323 dirigenti veterinari dipendenti – ha spiegato -. Un numero insufficiente ad assicurare l’espletamento di tutti i Lea, attività per cui sarebbe necessario circa il 25% di veterinari pubblici in più degli attuali. A causa del mancato turnover sono state perse, infatti, dal 2010 circa 60 unità lavorative nei servizi veterinari, servizi i cui organici, lo ricordiamo, erano già storicamente sottodimensionati rispetto a quelli delle altre Regioni. E la situazione in prospettiva si fa ancora più drammatica: entro cinque anni andrà in quiescenza oltre il 32% dei veterinari pubblici attualmente in servizio”.

    Dati che il Sivemp ha inviato nei giorni scorsi anche all’assessore Luca Coletto. “Anche la struttura regionale di sanità veterinaria e sicurezza alimentare continua ad essere in grave sofferenza di organico, ed è stato rimarcato come essa debba godere di una propria autonomia organizzativa, senza la quale è inevitabile una perdita di centralità, efficacia e autorevolezza”, osserva l’organizzazione.

    Ad entrare più nel dettaglio delle osservazioni tecniche al documento Maria Chiara Bovo che ha rimarcato come prevenire i rischi sanitari sia prioritario non solo per scongiurare drammatiche conseguenze sulla salute pubblica ma anche sull’intera filiera alimentare (crollo della domanda e blocco delle esportazioni). Bovo ha poi ripercorso le carenze del documento programmatorio e le sue criticità, focalizzando alcuni aspetti operativi con contributi specifici per la definizione delle linee strategiche di intervento in sanità veterinaria.

    La rappresentante Sivemp ha sottolineato la necessità di una maggiore attenzione nel Piano sanitario ai Lea di ambito veterinario e di sicurezza alimentare. Ha ricordato come la riforma sanitaria regionale abbia ridotto drasticamente le apicalità dei servizi del Dipartimento di prevenzione, con il rischio di una ripercussione negativa sull’organizzazione dei servizi. “Andrà prestata grande attenzione – ha affermato – alla consistenza degli organici veterinari nelle diverse specialità, con opportuni incrementi per renderli adeguati allo svolgimento di tutti i compiti d’istituto”.

    Quindi ha chiesto maggiore incisività nell’affrontare i temi legati a salute e ambiente (ad esempio l’inquinamento da Pfas), e attenzione alle malattie trasmesse dai vettori, citate solo brevemente nel Piano, che rappresentano un grave rischio sanitario, come dimostrano i tanti casi di West Nile di quest’estate, ma anche per la minaccia di infezioni come la Dengue che si trasmettono anche da uomo a uomo.

    A Pozzi gli aspetti più strettamente medici della programmazione. Il vicesegretario Fvm ha sottolineato, con preoccupazione, come questo Pssr amplifichi pericolosamente e ancora di più il ricorso all’imprenditoria privata a vari livelli, in particolare nel setting delle cure primarie territoriali. “Il nuovo Piano – ha osservato – ripropone molti dei contenuti del precedente che sono rimasti lettera morta. I nuclei di cure palliative di cui alla Legge 38, il trasferimento della cronicità sul territorio, l’H24 prevista dalla Legge Balduzzi, le strutture di ricovero intermedie hanno visto un’attuazione limitata e insufficiente a far fronte alle mutate esigenze assistenziali di una popolazione invecchiata. Gli ospedali sono stati chiusi o impoveriti dei posti letto ma fungono ancora da ammortizzatore sociale perché continuano a dover dare risposta a pazienti cronici con polipatologia che i servizi  sociali e l’assistenza territoriale non sono tuttora in grado di garantire”.

    Quanto agli organici Pozzi ha affermato: “Nel nuovo Pssr si parla, in effetti, di rivalutazione della spesa del personale, ma non si possono auspicare investimenti su personale e formazione se si afferma in premessa che non si vogliono aumentare le risorse”.

    QUOTIDIANO SANITA  Vai all’articolo originale 

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