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Via i cibi proteici o le ferie, il 25% delle famiglie costretto a rinunce. Cresce la percentuale di italiani in situazione di disagio economico

Il 24,9% delle famiglie — 6,3 milioni di nuclei per circa 15 milioni di persone — presenta almeno tre dei nove «segni» con cui si misura una situazione di deprivazione. È la fotografia scattata dal Rapporto Noi Italia dell’Istat. La maggior parte delle famiglie, oltre il 50%, dichiara di non poter fare una settimana di vacanza fuori casa.

Il 42,9% ritiene di non poter affrontare una spesa imprevista di 800 euro. L’11% è in arretrato di almeno un pagamento, per esempio il mutuo o la rata dell’auto. E il 17,5% dice di non potersi permettere un pasto proteico almeno ogni due giorni. La situazione è molto più difficile al Sud, con il 41% di famiglie in situazione di disagio, mentre nel Nord-Est la percentuale è del 13,5%. Rispetto al 2007, anno pre-crisi, il dato è cresciuto di oltre 10 punti (era al 14,8%). Le famiglie in condizioni di povertà assoluta sono il 6,8%, per un totale di oltre 4,8 milioni di persone. «Siamo un Paese che si impoverisce — attacca il segretario della Cgil, Susanna Camusso —. È la dimostrazione statistica che non sono state fatte scelte o presi provvedimenti che andassero verso la creazione di lavoro e investimenti».

Secondo l’Istat siamo ultimi in Europa per competitività di costo delle aziende: ogni 100 euro di costo del lavoro il valore aggiunto si attestava nel 2010, ultimo anno di confronto con l’Ue a 126,1 (in Romania è il 211,7). Nel 2011 in Italia la competitività è migliorata (128,5) ma resta più bassa del 135,8 che era stato registrato nel 2001. La pressione fiscale ha invece raggiunto il top dell’ultimo ventennio nel 2012, con il 44,1% rispetto al Prodotto interno lordo: sfiorati i livelli svedesi (44,7% in forte discesa rispetto al 51,7% del 2000) complice anche il decreto Salva Italia e l’introduzione dell’Imu. Oltre Svezia, Danimarca, Belgio e Austria c’è solo la Francia tra i Paesi più popolosi ad avere un livello di tassazione superiore a quello dell’Italia. Dove, tra il 2000 e il 2012, la pressione fiscale è aumentata di quasi tre punti percentuali (dal 41,3% al 44,1%).

Brutte notizie anche dal mondo del lavoro. L’occupazione è diminuita: tra i 20 e i 65 anni lavorano in Italia solo 61 persone su 100 (erano il 63% nel 2008), un dato in calo e lontanissimo dal target Ue per il 2020 fissato nel 75%. Resta un forte squilibrio tra uomini (71,6%) e donne (50,5%) e tra Nord-Est (70,5% di occupazione, vicina ai livelli europei e Sud (47,6%). Peggio dell’Italia fanno solo Spagna e Grecia. Ultimo dato: con 148,6 anziani ogni 100 giovani l’Italia è il secondo Paese più vecchio d’Europa dopo la Germania (155,8). La Regione più anziana è la Liguria (236,2 ogni cento), la Campania, con un indice per la prima volta superiore a 100, è la più giovane.

11 febbraio 2014 

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