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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Agguato al veterinario Asl a Torre del Greco per impedire i controlli, parla il pentito: «Mi furono promessi 500 euro per il raid»
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    Agguato al veterinario Asl a Torre del Greco per impedire i controlli, parla il pentito: «Mi furono promessi 500 euro per il raid»

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche25 Settembre 2014Nessun commento3 Minuti di lettura
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    La spedizione punitiva nei confronti di Ludovico Abagnale – il medico dell’unità operativa veterinaria dell’Asl Napoli 3 Sud «colpevole» di eccesso di zelo nei controlli all’impresa agricola «La Fattoria» di via Nazionale – doveva essere ricompensata con 500 euro.

    A rivelare agli investigatori tutti i retroscena dell’avvertimento a colpi di pistola consumato il 24 settembre del 2012 è lo stesso autore del raid di fuoco: Domenico Vitiello, compagno di Rosa Pompeo – sorella di Aniello Pompeo, ex spacciatore del rione Sangennariello e oggi collaboratore di giustizia – e piccolo pregiudicato specializzato nel piazzare dosi di sostanze stupefacenti, aveva scelto per un certo periodo di passare dalla parte dello Stato e svelare alla direzione distrettuale antimafia di Napoli i segreti di sua conoscenza della malavita organizzata all’ombra del Vesuvio.

    Tra cui, appunto, l’episodio dell’agguato all’ispettore incaricato di verificare le condizioni igienico-sanitari delle attività commerciali di Torre del Greco: un episodio solo apparentemente slegato dalle logiche criminali della città del corallo, perché inquadrato dal trentottenne proprio come una tipica vendetta di stampo camorristico. «Prima di Natale 2012 – racconta Domenico Vitiello, successivamente allontanatosi dalla località protetta per rientrare a Torre del Greco – Tore Sciordino mi disse che gli dovevo fare un piacere personale, di cui Mimì non sapeva niente».

    Il piacere era semplice: avrebbe dovuto intimorire Ludovico Abagnale per fermare i controlli all’impresa agricola di Gennaro Marrazzo, pronto a chiedere a Salvatore Castiello di usare le «maniere forti» per convincere il dottore di Sant’Antonio Abate. «Per il lavoro mi sarei guadagnato 500 euro – si legge nel verbale sottoscritto dal pentito-lampo –. Tore Sciordino mi disse che dovevo sparare nella macchina del dottore dell’Asl che aveva una Chrisler grigia e aveva fatto chiudere il ristorante “La Fattoria”, il cui titolare era molto amico di Tore Sciordino». Dopo un primo sopralluogo in via Calastro, scattò il raid intimidatorio: sette colpi di pistola nell’auto parcheggiata nell’area di sosta antistante la sede dell’unità operativa veterinaria dell’Asl Napoli 3. «Come da accordi con Tore Sciordino – precisa Domenico Vitiello – il recupero dell’arma e del casco lo fece, subito dopo gli spari, la cugina Angela che abita al piano di sopra di Tore Sciordino e ha una C3 verde». Lo scambio avvenne in località La Scala, poi lo spacciatore fece rientro «alla base» a Ercolano: «Per tale “lavoro” alla fine non ho avuto proprio niente – conclude l’ex collaboratore di giustizia – e voglio precisare che la pistola con cui ho fatto ciò era quella che avevo chiesto a Mimì Uallarella (al secolo Domenico Gaudino, ndr) perché Marco Palomba (nipote del boss Giuseppe Falanga e oggi, a sua volta, pentito) mi aveva sparato».

    Parole che hanno trovato conferme nelle verifiche portate avanti dagli investigatori sullo scooter utilizzato per il raid – un Piaggio Liberty intestato a Rosa Pompeo – e nelle deposizioni incrociate di diverse gole profonde della camorra all’ombra del Vesuvio. A partire dallo stesso Aniello Pompeo – evidentemente a conoscenza dei movimenti del cognato – e Salvatore Gaudino, fratello del reggente della cosca. L’obiettivo, la tesi della Dda di Napoli, era chiaro: il funzionario dell’Asl doveva essere spaventato per evitare futuri controlli all’interno dell’agriturismo di Gennaro Marrazzo. Controlli peraltro regolarmente portati avanti dall’unità operativa veterinaria dell’Asl Napoli 3 Sud. E davanti ai nuovi ispettori, l’imprenditore – già finito a processo nel 2012 per minacce allo stesso Ludovico Abagnale e assolto dal giudice monocratico del tribunale di Torre del Greco – non aveva nascosto la sua indole «fumantina» cacciando i funzionari dalla sua impresa agricola. Su cui, a giugno del 2014, era puntualmente caduta la mannaia del sequestro.

    25 settembre 2014 

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