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Agroalimentare, filiera da difendere. Più investimenti in ricerca, marketing e lotta alla contraffazione

Nel 2012 l’industria agroalimentare ha aumentato il suo export dell’8 per cento e detiene, nell’Unione europea, il record per numero di prodotti a denominazione d’origine garantita e a indicazione geografica protetta.

Punti di forza. Due fattori originari hanno concorso a creare i cardini fondanti di questo primato. Da un lato, nessun altro Paese vanta in Europa una così ampia varietà, per condizioni climatiche, di piantagioni e coltivazioni, nonché di ibridazioni con le culture materiali di diverse comunità frontaliere. Dall’altro, l’Italia ha annoverato, per molti secoli, una pluralità di signorie, ognuna con una propria corte dove venne perfezionandosi un’arte doviziosa nella confezione di cibi e bevande per uno stuolo di commensali esigenti, tanto da divenire rinomata presso le case regnanti e le classi più elevate di mezza Europa. Inoltre, accanto a questa cucina d’élite, ce n’era un’altra popolaresca e contadina con ingredienti e aromi tipici delle diverse contrade, che finì per essere conosciuta all’estero tramite le abitudini alimentari importate da milioni di nostri emigranti. Pasta e olio, conserve e salumi cominciarono così a entrare nel commercio estero italiano, insieme ad articoli di maggior valore (come vini classici, vermuth e liquori, specialità dolciarie) immessi sul mercato, per una clientela abbiente, da varie imprese dotate di un proprio marchio.

Nel secondo dopoguerra, alla ripresa dei traffici, contavamo perciò un eccellente patrimonio di tradizioni e credenziali in materia eno-gastronomica. E queste leve concorsero allo sviluppo di un’industria alimentare più attrezzata anche per l’apporto di aziende specializzate in impianti complementari.

Ma solo dopo gli anni Ottanta si diffuse un sistema distributivo tale da moltiplicare le alternative d’acquisto e modificare le tecniche di produzione e confezionamento delle merci, che erano altrettante condizioni propedeutiche per estendere la presenza delle merci italiane all’estero. A loro volta numerose piccole imprese, combinando perizia e cultura del lavoro, acquisirono man mano particolari nicchie di mercato.

Dopo aver agito da apripista al made in Italy, il settore alimentare è giunto così ad assumere un ruolo di rilievo nel nostro export, conquistando il secondo posto dopo la metalmeccanica. E avrebbe potuto conseguire risultati ancor più consistenti se adeguati incentivi e strumenti finanziari avessero assecondato la crescita dimensionale di tante imprese e le loro chances.

Sta di fatto che l’exploit avvenuto nell’ultimo decennio, grazie a una simbiosi fra inventiva e originalità,

Dopo aver agito da apripista al Made in Italy il settore agroalimentare ha assunto un ruolo di rilievo nel nostro export. Vini e liquori, specialità dolciarie, pasta e olio, conserve e salumi sono i principali prodotti commercializzati all’estero ha visto l’affermazione di una decina di grandi imprese leader, affiancate da 200 medie aziende.

È vero che quello alimentare è rimasto un comparto per lo più frastagliato e con certe criticità strutturali (dal nanismo di molte aziende agricole ai crescenti costi di approvvigionamento di alcune materie prime, a varie pastoie burocratiche). Tuttavia si sono moltiplicati in compenso i distretti specializzati e i consorzi del settore.

Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione dei consumatori verso la dieta mediterranea, considerata più sana e genuina. Inoltre la ricerca del buon cibo è divenuta un fenomeno sociale: tanto che i mille borghi del “Bel Paese”, riscoperti, con le loro consuetudini, da schiere di turisti, hanno dato vita a una fiorente produzione di prelibati vini rossi e bianchi, oltre a una selezione di frutta e ortaggi lavorati e destinati al mercato.

A sua volta il design è valso a marcare meglio l’export tricolore di vari articoli alimentari; mentre alcune firme del food italiano hanno ampliato nel mondo la loro catena di punti di vendita e di ristoro.

Di certo, per competere con successo con i nostri rivali francesi e tedeschi, dobbiamo investire di più in ricerca e marketing, e rafforzare le filiere fra fornitori e produttori incrociando agricoltura e industria. Ma dobbiamo poter contare anche su un sistema paese più impegnato nella difesa dei prodotti italiani dalle contraffazioni e nell’attivazione di reti promozionali in quei mercati emergenti ad alto potenziale.

Si tratta insomma di ottimizzare i punti di forza del nostro “food and drink”, la sua qualità e autenticità, la sua gamma di sapori e di gusti, che costituiscono altrettanti asset dell’identità e attrattiva della produzione italiana. Anche perché essa sarebbe così in grado di trarre maggiori vantaggi, qualora i negoziati in corso fra Ue e Usa andassero in porto, da una liberalizzazione dei commerci transatlantici.

Il Sole 24 Ore – 29 luglio 2013 

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