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Allarme prezzi in Veneto per gli allevatori di suini. A dicembre redditività in calo del 3,3% rispetto al mese precedente

Il virus dell’influenza cosiddetta «suina» non ha nulla a che vedere con il consumo di carne di maiale e dei suoi derivati, eppure potrebbe far crollare i prezzi di un prodotto che conosce un periodo di difficoltà. Il presidente della sezione economica dei suinicoltori Veneti di Confagricoltura, Rudy Milani rassicura: la filiera è controllata dai veterinari del servizio sanitario pubblico.

«L’ equivoco, secondo Oms e ministero della Sanità, deriva dal fatto che il ceppo dell’H1N1 è stato originariamente riscontrato nella specie suina e poi geni dello stesso agente patogeno sono stati isolati nell’uomo. A causa di questa analogia si è attribuito al virus il nome che ingenera paura nel consumatore», dice.

La situazione si innesta su un contesto critico per il settore. «Al calo dei consumi interni si associano gli effetti determinati dalla nostra produzione di dop. Nel Nord Est, in particolare, si allevano maiali pesanti, da 170-180 kg, destinati all’industria della trasformazione dei prosciutti ed insaccati di pregio, confezionati solo con alcune parti dell’animale. Il resto arriva sul mercato a prezzi bassi», tratteggia Paolo Ferrarese, presidente di Confagricoltura Verona, «condizionando anche gli sbocchi delle carni del maiale leggero (macellato a 130-140 chilogrammi)». All’estero il prodotto non ha spazi commerciali in Usa e Canada, dove le esportazioni sono bloccate (per la prevenzione della listeriosi, n.d.r.). Ad Est il promettente mercato russo è off limits da agosto, quando è entrato in vigore l’embargo sugli alimentari freschi, comprese le carni di manzo, maiale ed avicole. «Il primo semestre del 2014 era stato positivo, ma il margine è risultato eroso dall’andamento del resto dell’anno. L’embargo russo e il trend altalenante del prezzo dei cereali non consentono di formulare previsioni stabili», aggiunge Milani. Il risultato è che i suinicoltori chiudono l’attività oppure allevano meno capi: nel periodo gennaio-settembre, la quantità di carne di maiale di origine italiana commercializzata è scesa del 15%, compensata da maggiore import, a fronte di una domanda finora stabile. L’anno è finito male secondo Crefis (Centro ricerche economiche sulle filiere suinicole), che evidenzia il crollo delle quotazioni dei suini da macello e quindi della redditività degli allevamenti (-3,3% a dicembre rispetto al mese precedente).

VaZa. L’Arena – 2 febbraio 2015

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