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Altolà all’aumento degli indennizzi in caso di licenziamento. Contratti a tempo, sfuma il blitz. È scontro anche sulle causali

Si allontana il blitz sul lavoro. Dopo l’ennesima riunione di maggioranza, e le tensioni emerse tra le diverse anime del Pd, prende quota il dietrofront sulle modifiche, da apportare con la manovra 2018, a due punti chiave del Jobs act, vale a dire gli indennizzi in caso di licenziamento illegittimo e la disciplina dei contratti a termine.

Il continuo rilancio dell’ala sinistra del partito democratico, da ultimo la proposta formulata domenica sera da Cesare Damiano e Luisa Gnecchi per ripristinare le “causali” nei rapporti a tempo determinato, e il contemporaneo stop a oltranza del governo alla richiesta di incrementare le mensilità monetarie sui licenziamenti illegittimi hanno finito, di fatto, per annullarsi a vicenda. Risultato? Tra gli argomenti del capitolo lavoro oggetto di discussione fino a tarda notte, in vista del voto in commissione Bilancio alla Camera, non sono stati più affrontati i due emendamenti “caldi” su contratti a termine e indennizzi.

E così, salvo sorprese (politiche) dell’ultima ora, il tentativo di smontare il Jobs act dovrebbe rientrare, fermando le lancette alle norme oggi in vigore. Che in caso di licenziamento illegittimo prevedono gli indennizzi monetari da un minimo di quattro mesi a un massimo di 24, in funzione dell’anzianità di servizio del lavoratore. La proposta del presidente della commissione Lavoro di Montecitorio puntava invece a rialzarli, soprattutto i “minimi”, Portandoli, cioè, da quattro a sei.

Sul fronte contratti a termine, poi, un primo accordo politico all’interno della maggioranza, in realtà, c’era stato, la scorsa settimana. Un consenso di massima infatti aveva ricevuto l’emendamento della responsabile Lavoro del Pd, Chiara Gribaudo, che prevede di ridurre la durata dei rapporti a tempo determinato da 36 a 24 mesi. Successivamente, si è svolta una riunione tecnica a palazzo Chigi con governo e ministero del Lavoro per “aggiustare” la disposizione, con l’ipotizzata introduzione di una sforbiciata anche alle proroghe, da cinque a tre, e, soprattutto, con l’apertura di un “paracadute” che avrebbe fatto salvi i contratti a termine in corso o in scadenza, ai quali applicare l’attuale normativa (in sostanza l’idea era quella di far valere le nuove regole ai soli primi contratti temporanei tra datore e lavoratore).

Il tutto, senza toccare il caposaldo del decreto Poletti del 2014, che consiste nell’aver superato le causali, ovvero le ragioni giustificative del ricorso al lavoro a tempo per tutta la sua durata (che, in passato, avevano creato incertezze e contenziosi).

Ma proprio sulle causali, e sull’ipotizzato loro ripristino, si è consumato lo strappo all’interno del Pd, che ha poi spinto la maggioranza dem a non toccare l’istituto – che quindi rimane così come attualmente disciplinato – e contemporaneamente ha avuto l’effetto domino sulla proposta di innalzare gli indennizzi minimi.

Sul tavolo del pacchetto lavoro sono però rimasti altri temi, oggetto di emendamenti. A partire dall’allungamento della mobilità fino al 30 giugno 2018 per i lavoratori delle imprese coinvolte nei tavoli di crisi aperti al Mise. In discussione c’è anche l’estensione della Naspi ai lavoratori stagionali; e l’eventuale modifica ai voucher per amministrazioni pubbliche ed enti senza scopo di lucro (per fattispecie circoscritte). La proposta, riformulata dal governo, apre al possibile utilizzo dei voucher da parte delle Pa che svolgono attività correlate a calamità o eventi naturali improvvisi; e anche agli enti senza scopo di lucro, ma esclusivamente per le attività connesse a specifiche e qualificate esigenze temporanee o eccezionali (in entrambe le fattispecie, resta comunque fermo il limite delle 280 ore nell’arco dello stesso anno). Sì, poi, ai “nuovi buoni” pure per pagare gli steward negli stadi, attraverso un apposito libretto nominativo e prefinanziato nel limite di 5mila euro.

Dovrebbe poi scattare la proroga di un anno dei contratti di collaborazione nel settore pubblico. La questione è stata al centro di un apposito vertice di maggioranza, considerando che la riforma Madia vieta alle Pa, da gennaio 2018, di stipulare contratti di collaborazione aventi ad oggetto prestazioni personali, con previsione di orario e sede di lavoro, in linea con quanto avviene già nel privato. Le collaborazioni nella Pa sono ancora diverse migliaia, concentrate negli enti locali, nel settore della giustizia, nella scuola. Di qui l’idea dell’esecutivo di far slittare di un anno la “tagliola”, consentendo, quindi, ancora nel 2018, le collaborazioni nell’orbita pubblica.

Il Sole 24 Ore – 19 dicembre 2017

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