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Antibiotici negli allevamenti: le vendite in Usa tra il 2009 e il 2014 aumentate del 23%. Utilizzati per prevenire le malattie

antibiotuciallBeniamino Bonardi. Secondo la Food and Drug Administration (FDA), tra il 2009 e il 2014 negli Usa le vendite di antibiotici utilizzati negli allevamenti sono cresciute del 23%, nonostante le crescenti preoccupazioni per il rischio di diffusione di batteri resistenti. L’anno scorso l’aumento è stato del 3%, nonostante la stessa FDA avesse pubblicato nel 2013 un dossier con linee guida volontarie per ridurre gradualmente la somministrazione di antibiotici utilizzati per favorire la crescita degli animali. Nonostante ciò, gli antibiotici destinati all’uomo ma impiegati anche per gli animali  hanno rappresentato nel 2014 il 62% delle vendite Usa. Lance Price, un ricercatore del Milken Institute School of Public Health, ha mostrato un dato inquietante: l’anno scorso la vendita per uso animale delle cefalosporine, una classe di antibiotici utilizzati per le infezioni all’orecchio e alle vie urinarie nell’uomo, sono aumentate del 12%.  Il Report

Il piano della FDA appare per molti addetti ai lavori  inefficace, perché si limita a scoraggiare l’uso degli antibiotici somministrati agli animali per favorire la crescita. Nulla viene fatto per limitarne l’impiego in ambito veterinario per prevenire le malattie. In Europa invece l’uso di antibiotici  è autorizzato solo per curare gli animali malati.  Le linee guida FDA del 2013 invitano le case farmaceutiche a rimuovere volontariamente dal foglietto illustrativo degli antibiotici utilizzati anche per gli animali l’indicazione secondo cui sono indicati anche per favorire la crescita. Questo non ha avuto alcun impatto, perché gli allevatori continuano a usare in misura crescente gli stessi antibiotici, motivando la richiesta con la necessità di prevenire le malattie nella zootecnia.

Secondo le stime dei Centers for Disease Control and Prevention, ogni anno negli Usa si registrano circa due milioni di infezioni resistenti agli antibiotici, con oltre 23.000 decessi e 20 miliardi di spese sanitarie.

Il Fatto alimentare – 10 gennaio 2016 

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