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Aosta, allevatori parlano dialetto: processo rischio prescrizione

E pensare che l’inchiesta era partita da un’intercettazione: «Metti via quelle “paillettes” dal frigo». Gli allevatori parlavano in patois , il dialetto valdostano. Le «paillettes» erano fiale con il liquido seminale di toro svizzero.

Vennero trovate nel freezer di un alpeggio dove le mucche dovevano essere rigorosamente della varietà locale. Inchiesta con arresti e decine di indagati: truffa ai danni della Regione, maltrattamento di animali, una fontina poco dop, latte dannoso alla salute, strana migrazione di bovini al confine. E centinaia di pagine di intercettazioni. In patois , appunto. Dialetto francoprovenzale così difficile da decifrare (soprattutto ascoltando le registrazioni telefoniche) che dopo 5 anni dal primo blitz dei Nas il processo è ancora a un punto morto.

Due giorni fa i periti, incaricati di tradurre e trascrivere i dialoghi tra gli allevatori, hanno chiesto al giudice una proroga. L’ennesima. E adesso c’è il rischio che la prescrizione sia più veloce dell’ultimo grado di giudizio.

L’elenco delle date dà già un’idea dei grattacapi del gup Giuseppe Colazingari. Nel dicembre 2011 parte l’udienza preliminare. Il mese dopo viene affidato l’incarico per le trascrizioni al perito Jeannette Bondaz: ha 90 giorni di tempo per finire il lavoro. A maggio l’esperta chiede 60 giorni di proroga. Gli vengono concessi. A ottobre la situazione non è migliorata: il giudice decide di nominare un secondo perito, Josianne Bovard, e fissa altri 50 giorni per ultimare il lavoro. Quando scadono, ne aggiunge ulteriori 30. Non bastano ancora. Lo scorso febbraio arrivano in soccorso altri due periti, Francesca Lucianaz e Sylvie Voyat. Il poker di traduttori ha a disposizione 4 mesi, 120 giorni per portare finalmente in aula le intercettazioni comprensibili in italiano. Il destino dei 59 imputati — allevatori, produttori e veterinari — è appeso all’esatta interpretazione di quelle frasi in dialetto. È una perizia cruciale.

La nuova udienza era prevista il prossimo 9 luglio. Ma i quattro hanno già alzato bandiera bianca e chiesto ancora un po’ di tempo.

In un sistema processuale come quello italiano già lento e farraginoso, l’aggravante del dialetto può essere un colpo mortale al raggiungimento della giustizia. E un problema non da poco per il giudice. Anzi per il «dzeudzo» come si dice a Courmayeur, o il «djeudjo» come si usa a Brusson, o il «Juje» utilizzato a Monjovet. Perché il patois non è uno solo, e cambia al cambiare delle vallate.

Riccardo Bruno – Corriere della Sera – 27 giugno 2013 

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