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Cacao, caffè, bauxite: L’Ebola minaccia anche l’import italiano. Un blocco prolungato colpirebbe soprattutto l’alimentare

Enrico Caporale. Frontiere sbarrate, aerei a terra, aziende e capitali in fuga. Dopo aver fatto 4500 morti e 9000 infettati (secondo l’ultimo bollettino dell’Oms), ora Ebola minaccia il sistema immunitario (già fragile) delle economie africane, con ripercussioni inevitabili sui partner mondiali.

Diverse aziende occidentali hanno ridotto, se non chiuso, le attività in Liberia, Sierra Leone e Guinea; per paura del contagio alcune importanti compagnie aeree – come la British Airways, Emirates, Air France – hanno sospeso i voli verso le zone colpite dal virus; gli investitori guardano altrove e la manodopera non circola, con effetti negativi soprattutto per l’agricoltura e l’industria estrattiva. Il turismo? Praticamente scomparso.

«Ebola rischia di soffocare l’economia dell’Africa, paralizzando gli investimenti esteri», dice preoccupato Alfredo Cestari, presidente della Camera di Commercio ItalAfrica Centrale. Il nostro Paese ha diversi interessi nel Continente nero, dal settore energetico – con l’indotto Eni (Snam, Saipem, Tecnimont) impegnato in Nigeria, Congo e Angola – a quello agroalimentare – con il gruppo Cremonini presente in Mozambico, Angola, Congo, e i marchi del cacao e del caffè (come Ferrero, Nespresso e Vergnano) che importano la materia prima da Costa D’avorio, Uganda ed Etiopia. «Ma l’Africa è un mercato importante anche per i nostri arredi, i materiali da costruzione, i macchinari industriali – spiega ancora Cestari -. Senza contare i minerali che importiamo da lì, come il ferro e la bauxite. L’interscambio commerciale tra l’Italia e i Paesi colpiti da Ebola è valutato intorno ai 2 miliardi di euro all’anno, una cifra che rischia di ridursi drasticamente».

Ma se il virus per ora è circoscritto a tre Paesi, quello che preoccupa gli investitori è il «fattore paura». Secondo l’allarme lanciato pochi giorni fa dalla Banca Mondiale, il panico potrebbe avere effetti sull’economia persino più devastanti di quelli provocati da Ebola (capitò già con la Sars, nel 2002-2003). L’incubo contagi ha già spinto la Costa D’Avorio, primo produttore di cacao al mondo (1,6 milioni di tonnellate all’anno), a chiudere le frontiere con Liberia e Guinea (da dove in questo periodo arrivano i lavoratori stagionali), con l’immediata conseguenza che i prezzi sono aumentati (da una media di 2000-2700 dollari a tonnellata fino a 3400 dollari). «Dobbiamo evitare gli allarmismi – dice sempre Cestari -. Provate a immaginare le ripercussioni che avrebbe un rallentamento dell’import-export con l’Africa sulle nostre aziende. Migliaia di posti di lavoro andrebbero in fumo. E a guadagnarci sarebbero altri investitori, magari più coraggiosi, come India e Cina».

Per il futuro la Banca Mondiale prevede due scenari: se nei prossimi mesi Liberia, Sierra Leone e Guinea riusciranno a contenere Ebola, limitando i contagi e garantendo una sepoltura sicura alle vittime, i morti potrebbero fermarsi a 20 mila e il danno al Pil dei tre Paesi colpiti toccherebbe i 3 miliardi di euro entro il 2015. Ma se l’epidemia restasse fuori controllo, allargandosi anche ad altri Paesi vicini – come Nigeria, Costa d’Avorio e Ghana (economie molto più avanzate) -, i malati sfonderebbero quota un milione e l’impatto finanziario sulla regione sarebbe di 25,4 miliardi di euro in due anni. Un disastro economico – oltre che umanitario – che manderebbe in corto circuito l’interscambio commerciale con i Paesi industrializzati (Stati Uniti, Europa e Cina), scatenando un effetto domino sul Pil mondiale. Ecco perché nei giorni scorsi David Nabarro, inviato Onu per Ebola, ha avvertito che la «minaccia riguarda tutti» e Jim Yong Kim, presidente della Banca Mondiale, ha spronato i governi a intervenire in fretta.

La Stampa – 21 ottobre 2014 

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