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Camera, tagli a rimborsi dei deputati e buste paga dei dipendenti

In programma per martedì la prima riunione del comitato Affari del personale

ROMA – Si apre un mese pesantissimo per la Camera dei Deputati. Da martedì alle sfibranti fibrillazioni politiche si aggiungeranno anche quelle «interne» dovute all’arrivo di nuovi tagli che l’amministrazione sta studiando (e che, autonomamente, coinvolgeranno anche il Senato) soprattutto su tre fronti: buste paga dei 1.250 dipendenti; rimborsi dei deputati per i loro collaboratori; affitti e acquisti vari.

Martedì si svolgerà l’attesa riunione del Cap (Comitato Affari del Personale) presieduto dalla deputata democrat Marina Sereni. Sarà una riunione ancora interlocutoria ma le indiscrezioni sul menù in pentola sono già attendibili. La prima riguarda un rigido controllo delle ferie che, com’è noto, se non «fatte» finiscono per pesare sui bilanci di ogni azienda o ente. La seconda, più profonda, riguarda un piano pluriennale per «rimodulare la curva delle retribuzioni». In parole povere si tratta di una serie di provvedimenti che ridurranno gradualmente le retribuzioni attuali, a partire da quelle più alte, mentre le nuove (pochissime) assunzioni saranno fatte in base a contratti assai meno favorevoli. La terza, più improbabile. Nelle scorse settimane è stata fatta un’esplorazione informale con l’Inps per trasferirvi – senza tagliare un centesimo delle singole pensioni – il fondo previdenziale dei dipendenti che assorbe 217 milioni e procura a Montecitorio la fama di parlamento più costoso del mondo.

Il destino di quest’ultima proposta, come delle altre, sarà affidato al delicatissimo confronto con le 13 sigle sindacali cui i dipendenti della Camera affidano la difesa del loro fortilizio.

LA VOCE PIU’ ALTA

Già perché pochi sanno che la voce «Stipendi e contributi dei dipendenti» è la più alta del bilancio della Camera svettando dall’alto di 290 milioni di euro. Non occorre una laurea in matematica per capire qual è il costo del lavoro medio di ognuno dei dipendenti di Montecitorio: 232 mila euro. Cifra enorme ma media. Dunque frutto di grandi differenze fra le maxi-retribuzioni dei vertici e quelle degli addetti alle mansioni meno pregiate. E tuttavia i dipendenti della Camera – la cui produttività si è moltiplicata essendo diminuiti di 400 unità – continuano a godere di trattamenti da sogno. Come gli scatti di anzianità che oscillano fra il 2 e il 5% della retribuzione (non è chiaro se ottenuti ogni due o tre anni) e che consentono ai lavoratori più anziani con «mansioni non dirigenziali» buste paghe da 7 mila euro netti al mese distribuite su 15 mensilità. Per i dirigenti parla un solo dato: un consigliere a fine carriera arriva a 370 mila euro lordi. E gli alti papaveri non sono pochissimi visto che il personale della Camera, cui comunque va riconosciuto l’alto livello di efficienza, è suddiviso in ben 21 servizi con relativi direttori.

E sul fronte dei deputati? Qui va subito ricordato che i presidenti di Camera e Senato, Renata Boldrini e Pietro Grasso, hanno già fatto scattare tagli per circa 8 milioni annui al momento dell’insediamento sforbiciando le loro retribuzioni, quelle dei presidenti di commissione e il fondo dei denari destinati ai gruppi parlamentari.

COLLABORATORI ADDIO

Ora il piatto forte dei nuovi tagli dovrebbe essere la proposta di vietare ai deputati il pagamento diretto dei loro collaboratori. Oggi ogni onorevole riceve 3.700 euro mensili per la voce «rapporti con gli elettori» nella quale è prevista l’assunzione di un «portaborse». Questa voce ha sempre suscitato violente polemiche per l’abitudine di una parte dei deputati di assumere parenti oppure di intascarsi il denaro oppure ancora di pagare in nero. L’idea sarebbe quella di fare come in Francia e Germania dove i collaboratori al deputato li fornisce il Parlamento a sue spese e con un costo complessivo più basso.

A questa voce è legata anche quella della possibile riduzione degli affitti. Già perché oggi – dopo l’addio a Palazzo Marini avvenuto la scorsa legislatura – un centinaio di deputati non hanno un ufficio proprio. A Montecitorio stanno lavorando sull’idea di ristrutturare il Palazzo riducendo ancora affitti esterni ma procurandosi qualche ufficio in più.

Messaggero – 1 luglio 2013 

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