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Carne sostenibile, il decreto c’è ma l’etichetta è fantasma. Dal 2023 è possibile certificare il rispetto del benessere animale. Da definire gli enti certificatori e un disciplinare che stabilisca i requisiti

Micaela Cappellini, Il Sole 24 Ore. L’etichetta “prodotto da allevamento sostenibile” sugli alimenti? Per ora, come dicono gli inglesi, è wishfull thinking, ovvero è ben di là da venire. Con l’inizio del 2023, si è letto in questi giorni, è possibile etichettare con l’apposita dicitura gli alimenti che derivano da pratiche virtuose in termini di benessere animale. Ad autorizzare l’etichetta sarebbe il decreto ministeriale del 30 novembre scorso, che sostituisce il decreto del 4 marzo 2011 sulla regolamentazione del Sistema di qualità nazionale zootecnica, a sua volta riferito al regolamento Ue 1974 del 2006.

Il decreto, naturalmente, c’è. Ma l’etichetta è fantasma. Per poter procedere a un bollino di qualità, infatti, occorrono enti certificatori autorizzati a rilasciare l’etichetta, e soprattutto serve un disciplinare – approvato da una commissione tecnica titolata – che stabilisca i requisiti per la certificazione. E al momento, non ci sono nè gli uni nè l’altro. C’è solo un decreto, che parla di Sistema qualità nazionale zootecnia e di requisiti per la concessione dei contributi europei della nuova Pac in base agli ecoschemi approvati dall’Italia. Per arrivare a un bollino di qualità sulle confezioni di carne made in Italy, insomma, la strada è ancora molto lunga.

«Per quanto riguarda il decreto sul Sistema qualità nazionale zootecnia – spiega Chiara Caprio, responsabile delle relazioni istituzionali di Essere animali – non possiamo che evidenziare un’incongruenza di fondo, che ci sorprende molto considerando il lavoro fatto invece sulla proposta di certificazione Sistema qualità nazionale benessere animale avanzata dal Ministero e già di per sé problematica. Si parla sui media di un disciplinare “allevamenti sostenibili” ed è difficile commentare in assenza di condivisioni ufficiali, ma per quello che emerge non sono chiari i parametri né il processo che dovrebbe portare a questa ennesima certificazione. Lo scopo dovrebbe essere invece quello di una comunicazione comprensibile per i consumatori, ma soprattutto quello di alzare realmente gli standard di benessere animale in Italia, dialogando non solo con tecnici interni al ministero, ma anche con esperti e associazioni che lavorano quotidianamente sul tema in Italia».

Quello della sostenibilità è un tema sempre più sentito dai consumatori. I produttori alimentari lo sanno, e cercano di andare in questa direzione. Per questo nel novembre del 2021 Italia Zootecnica – l’associazione che riunisce la maggior parte delle Op di produttori di carne bovina nel nostro Paese – ha presentato al ministero dell’Agricoltura una richiesta di riconoscimento per un “Disciplinare allevamenti sostenibili”. Nelle intenzioni degli allevatori c’era quella di arrivare a una certificazione di italianità e di qualità da attribuire alle aziende agricole che volontariamente si impegnavano a garantire nelle loro stalle standard superiori a quelli previsti per legge in fatto di alimentazione certificata di qualità degli animali, di assenza di antibiotici, di assenza di parassiti, di clima controllato nelle stalle e di rispetto delle condizioni di lavoro degli addetti. Sui prodotti con queste caratteristiche, si sarebbe dovuto apporre il marchio “Consorzio sigillo italiano”, che esiste già dal 2018 per i prodotti che rispettano i disciplinari riconosciuti dal Mipaaf, con però l’aggiunta “allevamento sostenibile”.

L’obiettivo degli allevatori è quello di aumentare il consumo di carne made in Italy ma anche il suo rendimento, dato che ne viene alzata la qualità. Ad oggi, infatti, solo il 9% della carne bovina prodotta in Italia si fregia della denominazione Igp: la chianina, la marchigiana, la romagnola, la piemontese. Il restante 91% della carne prodotta nel nostro Paese, ricordano dall’Aop Italia Zootecnica, è commercializzata da produttori e macellatori in forma anonima, non ha un brand, e per il consumatore diventa difficile poterla riconoscere. Inoltre, ad oggi importiamo oltre il 48% della carne bovina consumata, in pratica una bistecca su due non è prodotta in Italia.

È indubbio, dunque, che il pressing dei produttori continuerà. Ma la strada da percorrere è ancora lunga e piena di passaggi.

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